Ma Bersani non può fare il paladino del cambiamento

Bismarck diceva che non si “dicono mai tante bugie come prima delle elezioni, durante una guerra e dopo una battuta di caccia”. Il magistrale aforisma dello statista prussiano non calza però perfettamente allo stivale italiano dove (e questo il Cancelliere non poteva certo immaginarlo) frottole e mezze verità affollano anche la fase del dopo voto. Prendete Bersani: da un mese va dicendo che dalle elezioni di febbraio è emersa una domanda di cambiamento che egli stesso ora agita come una clava contro chiunque, dentro e fuori il Pd, osi imboccargli l’amara prospettiva del governissimo col Cavaliere.

Vero o falso? Vero sicuramente se riferito alla poderosa emersione della forza grillina che non fa mistero di voler mandare al macero la vecchia classe dirigente. Meno vero se invece si considera che i partiti tradizionali, Monti compreso, totalizzano ancor oggi percentuali superiori al 70 per cento. Addirittura falso, infine, se ad intestarsi (abusivamente) il cambiamento  è proprio Bersani, cioè uno di quelli, l’altro è Berlusconi, che di voti ne ha persi e certo non guadagnati. Basta ragionarci un minuto per rendersene conto: se le elezioni hanno premiato il cambiamento e Bersani ha preso meno voti, ne consegue che Bersani non solo non è riuscito ad intercettarne il vento – e non può quindi assolutamente rivendicarne la paternità o la tutela – ma è costretto addirittura a prendere atto che quella indicazione è rivolta anche contro di lui, il suo partito e la sua coalizione. Questa è la lettura giusta, corretta e veritiera del voto di febbraio se la si inquadra dalla visuale imposta dal segretario del Pd. È dunque evidente che questi stia facendo mostra di faccia tosta e naso lungo solo grazie allo striminzito zero-virgola-tre-in-più che gli è valso a Montecitorio uno straripante premio di maggioranza. Bersani, però, è il primo a sapere di dover ringraziare di tanto l’infame Porcellum e che si fosse trattato di una gara sportiva e non di una consultazione popolare non sarebbe uscito indenne dall’antidoping. La sua performance elettorale è politicamente drogata. È sicuramente utile a fargli rivendicare la supremazia numerica, e non è poco, ma è del tutto inadeguata a consentirgli di sostenere la propria tesi politica.

Ma spesso gli arcana politica celano verità scomode se non inconfessabili. E Bersani agita la clava del cambiamento ad un duplice scopo: come richiamo verso i Cinquestelle, di cui ha probabilmente sottovalutato l’impoliticità eversiva, e come esorcismo in danno del “rottamatore” Renzi, ritornato prepotentemente in pista con una proposta specularmente opposta a quella del leader: accordo con Berlusoni o voto subito. Il primo obiettivo è impietosamente fallito in diretta streaming, il secondo rappresenta lo snodo intorno al quale si avvia a consumarsi l’ennesimo psicodramma della sinistra italiana. Una vicenda che il Pdl farebbe bene a seguire con guardingo interesse perché è proprio intorno alle chanches del sindaco di Firenze di poter condurre i Democrat sulla sponda del riformismo che ruota la possibilità per l’intera politica italiana di liberarsi dal pericoloso incaglio in cui è da troppo tempo bloccata.