L’orrore del mercimonio quirinalizio. Dateci la Repubblica presidenziale

La corsa al Quirinale ha subito un’accelerazione che sta mettendo in subbuglio le segreterie dei partiti, i giornali, le lobbies, l’intero mercato politico insomma. Il fatto che a quasi quaranta giorni dalle elezioni il Paese non abbia un governo sembra non impensierire più nessuno. Ormai si è capito: nessun altro prenderà il posto di Monti (dimissionario, ma non sfiduciato), a bagnomaria dal 7 dicembre 2012, prima dell’elezione del presiente della Repubblica. Evento che dovrebbe essere trattato con sobrietà ed invece scatena le peggiori pulsioni partitocratiche che contraddicono la definizione costituzionale secondo la quale il capo dello Stato è il rappresentante dell’unità nazionale e, dunque, dovrebbe essere oggettivamente sottratto ai veti ed agli ingtrighi che le forze politiche tessono in prossimità del voto. Sia chiaro, è sempre andata così. Ed è proprio per questo che il presidente della Repubblica “non” rappresenta l’unità nazionale e “non” è il Custode della nazione, come certa retorica si ostina a presentarlo anche se fa di tutto (ma non tutti) per rendere al meglio la propria funzione.

E` il frutto di compromessi più o meno alti, più o meno bassi che rivelano il “sentire” delle forze politiche le quali sul Quirinale ogni sette anni giocano la loro partita più importante ritenendo di potersi affidare a chi è più vicino alle loro posizioni illudendosi che le tuteli: alcune volte è stato così, altre è andata diversamente. Ma lasciamo stare i nomi e i casi.

Accade, tuttavia, che questa dissipazione di energie, di intelligenza, di stile, di eleganza (ho esagerato, vero?) da parte dei partiti riporti a galla la vexata quaestio del presidenzialismo. E non è un’occasione da poco per riflettere su una riforma costituzionale che cambierebbe il sistema politico dalle fondamenta ed illuminerebbe tutti gli anfratti istituzionali della Repubblica.

Provate ad immaginare che il 18 aprile invece dei parlamentari, “grandi elettori” per l’occasione, venisse convocato il popolo per scegliersi il suo “presidente”, non come figura ornamentale, ma dotato di effetti poteri di gioverno. Un “decisore”, insomma. Che cosa accadrebbe? Semplice: la sera stessa delle elezioni avremmo il capo dello Stato in carica; in un paio di giorni il governo da lui nominato; la vita della Repubblica continuerebbe a scorrere senza intoppi o traumi pregiudizievoli del dipiegamento delle attività complesse come di quelle più banali. Le Camere non avrebbero l’assillo di dare o non dare la fiducia al governo che l’ha già di fatto ricevuta, al più alto livello, dal popolo. Il presiente sarebbe davvero, a prescindere da chi lo votato, il rappresentante dell’unità nazionale, spogliato delle vesti partitiche fino al momento dell’elezione indossate.

Non credo che la democrazia subirebbe contraccolpi negativi. Anzi, verrebbe esaltata dalla  volontà generale espressa liberamente e senza mediazioni; tutti noi ci rispiarmieremmo il  convulso e volgare mercanteggiamento al quale assistiamo in questi giorni. Nomi che si bruciano, altri che vivono la vita effimera di poche ore sulle pagine dei giornali e sui siti web, altri ancora candidati da quotidiani-partito soltanto perché loro editoralisti, alcuni, riposti da tempo, si vedono resuscitati, mentre personaggi, a tutto vocati tranne che alla politica, si immaginano già proiettati sul Colle più alto di Roma grazie alla fervida fantasia di clown della politica (e non mi riferisco a Grillo: sono ben altri i pagliacci che da tempo immemorabile di travestono da statisti).

Di fronte ad uno spettacolo del genere non possiamo non dirci presidenzialisti.

E tristemente penso a coloro che per decenni si sono battuti per questa nobile e civile causa non soltanto istituzionale, ma morale, civile, culturale e poi hanno finito per dimenticarsene tranne riesumarla quando si sono trovati a corto di idee.

No, non si fa così. Che i parlamentari che si sccingono all’impresa lo sappiano o meno, mi permetto di ricordare che la Repubblica presidenziale è un asset politico, che ha attraversato la storia repubblicana, destinato a diventerà sempre più ingombrante. I tempi lo richiedono, il popolo da decenni – come testimoniano i sondaggi di opinione – reclama questa suprema forma di democrazia diretta. Il resto è noia, diceva il grande e compianto Franco Califano. Una noia mortale che il rito della lettura delle schede davanti al Parlamento in seduta comune, diviso tra tifoserie, accentuerà fino a farci sperare che i giorni passino in fretta e al Quirinale s’insedi quantomeno una persona perbene. Diversamente dall’elezione del Papa, non possiamo neppure invocare l’intervento dello Spirito Santo. Almeno ci sia consentito sperare che i mercanti nel tempio della politica facciano meno danni possibili.