Lo strano concetto di “democrazia grillina”: comandare con il 20% dei voti

Ha uno strano concetto di popolo, Beppe Grillo. Lo identifica con i suoi elettori, anzi con una parte di coloro che, per protesta o per superficialità, nella cabina elettorale hanno messo la croce sul simbolo del Movimento Cinque Stelle. L’ex comico, prima della “marcia su Roma”, ha detto a mari e monti che il “popolo” aveva indicato il nome di Stefano Rodotà come presidente della Repubblica e qualsiasi altra scelta sarebbe stata un’offesa alla democrazia. Ha evitato di aggiungere che quel “popolo” altro non era che il gruppo di votanti sul web, numeri ridottissimi, che rappresentavano solo lo zoccolo duro dei grillini. Con questo escamotage ha quindi fatto passare l’elezione di Napolitano come un colpo di Stato, come un attentato alla libertà, una libertà che si identifica nel Verbo Cinquestelle. Altra bufala, quella del rinnovamento. Quale sarebbe stato il “nuovo” con Rodotà? Il professore, non solo per motivi anagrafici, ma anche per i suoi trascorsi politici e istituzionali, rappresenta uno dei simboli della vecchia politica, tanto detestata – a parole – dall’ex comico genovese. E Grillo stesso, in passato, lo ha attaccato per questo. Un rappresentante della Casta sulla base di tutti i parametri possibili, dalla retribuzione d’oro alla designazione ad alti incarichi a tutti i livelli e in tutte le stagioni. Altro aspetto, l’inciucio secondo Grillo: c’è stato inciucio, a suo dire, perché Pd e Pdl, i partiti numericamente più forti in Parlamento, hanno raggiunto l’intesa sull’elezione del capo dello Stato. Non ci sarebbe stato inciucio, invece, se il Pd avesse chiuso l’intesa con i Cinque Stelle, passando sotto le forche caudine e sottoponendosi al volere dell’ex comico in cambio di una generica promessa sul futuro (una sorta di baratto, mi voti Rodotà, ti faccio sentire l’odore della poltrona di premier). La democrazia di Grillo è la democrazia del 20%.  Tutto il resto è noia.