L’Italia com’è e come dovrebbe essere. Il nuovo libro di Geminello Alvi

Dopo Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Geminello Alvi torna in libreria con un titolo che condensa le sue osservazioni sul Bel Paese, La Confederazione italiana (Marsilio). Lo stato attuale è di decadenza, un declino vissuto nella concretezza delle vite degli italiani: “La vita delle persone per bene in Italia è una fila d’ingiustizie e d’arbitrii, slalom tra bande venali che eccitano plebi urlanti a odiare, tasse e tribunali interminabili, dove tutto sta ora attaccato fuori posto”. Quello di Alvi è lo sguardo di un intellettuale disincantato, al quale la presente condizione del Paese appare tanto più triste se paragonata alle fondamenta della civiltà italiana: “Pitagora, l’idea delle sfere di Aristotele e la commozione per Cristo: la civiltà italiana si origina in queste precarie unioni, tendendosi in ognuna delle varianti dei due estremi, pagano e cristiano, che si compongono nel Rinascimento e nei suoi geni. Ma l’Italia insegnò al mondo quest’armonia pure dopo; quando con Galileo resistette civiltà superiore. Quindi decadde fino al presente disastro…”.

Sui rimedi l’autore appare scettico sia riguardo alla democrazia del web sia riguardo alle ricette stataliste: “L’Italia non può essere corretta dall’egualitarismo d’internette, che peggiora il nostro litigio intimo; tantomeno da più stato, estraneo alla nostra vera patria particolare… Devesi al contrario limitare lo stato e rifare le élite, ovvero il nostro particolare; dare nuova forma all’economia, separarla da bande di politicastri ed egoismi bancari e farvi valere la comunità”. Questo lo scopo della nuova Confederazione italiana così come Alvi la disegna, fondata sulla “pura amicizia” come “personale riscontro di sacrificio”, ispirata da  padri della patria come Dante, Prezzolini e dalle idee di Mazzini e Vincenzo Cuoco. Un’utopia, certo, ma disegnata per ricominciare con un po’ di speranza dopo la morte della patria avvenuta l’8 settembre 1943. L’amicizia comporta il venir meno dell’odio anche perché, scrive Alvi, del fascismo si è capito ancora poco anche se è certo che “la generazione cresciuta nel Ventennio fu migliore della seguente”: “Il mito ingenuo richiese agli italiani delle recite, e nel ridicolo tuttavia lasciò respirare le nostre piccole patrie. Io credo che i fascisti almeno ebbero una loro idea, giusta o sbagliata, dell’Italia, che nei palazzi dell’Eur ha ancora la sua dignità. Dopo arrivò la libertas, la Roma dilatata cattolicamente da intenti venali fatti cemento armato”.