L’India assicura: non ci sarà pena di morte per i due marò, dando già per scontata la loro condanna

Il governo indiano ha deciso di procedere nei confronti dei marò invocando la sezione 34C del suo Extradition Act del 1962, che permette di escludere (bontà sua!) la pena di morte, non prevista dalla legislazione italiana. Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno Sushil Kumar Shinde in un’intervista all’“Economic Times”, nella quale ha ribadito che «il nostro governo ha preso un impegno internazionale con l’Italia secondo cui per i marò non sarà richiesta la pena di morte. Ed esso sarà onorato». Lascia un po’ sconcertati il fatto che New Delhi si soffermi sull’eventualità della pena di morte o dell’ergastolo come se i nostri marò fossero destinati ad essere condannati… Era stato il sottosegretario agli Interni R.K. Singh ad anticipare che l’impegno preso con l’Italia sarebbe stato onorato, ma poi il tema è stato rafforzato con l’intervento dello stesso ministro Shinde, secondo cui la visione sulla questione dei dicasteri degli Esteri e dell’Interno coincide. Il problema da superare era rappresentato dal fatto che l’Agenzia nazionale di investigazione (Nia) aveva giorni fa formalizzato una denuncia contro Massimiliano Latorre e Salvatore Girone evocando fra l’altro la sezione 302 (omicidio) del Codice penale indiano e la pesante sezione 3 della Legge sugli atti illegali contro la sicurezza della navigazione marittima (Sua) del 2002, che prevedono apertamente l’ipotesi di pena di morte. Per questo il governo indiano ha deciso di prendere in considerazione l’articolo 34C della Legge sulle estradizioni che ha per titolo “Disposizione di ergastolo invece di pena di morte”. «In deroga a quanto possa essere contenuto in qualsiasi altra legge attualmente in vigore – recita l’articolo – laddove un imputato profugo, che ha commesso un reato estradabile punibile con la pena di morte in India, viene consegnato o restituito da uno Stato straniero su richiesta del governo centrale e se le leggi dello Stato straniero non prevedono la pena di morte per quel reato, l’imputato profugo sarà soggetto solamente all’ergastolo». Come è noto, l’Italia sostiene la giurisdizione internazionale sull’incidente perché avvenuto in acque internazionali. Ma di questo il governo e la magistratura di New Delhi, una volta riottenuti i due marò, non parlano più. Sulla questione è intervenuto il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, il quale auspica che il caso «venga risolto armoniosamente, giudiziosamente, con il dialogo». Rispondendo ad una domanda dei cronisti, Ban Ki Moon ha spiegato di aver parlato di questa «spiacevole situazione con il presidente Giorgio Napolitano» e con il viceministro degli Esteri Staffan De Mistura. «È una situazione spiacevole che coinvolge due importanti Paesi membri dell’Onu», ha rimarcato il segretario generale.