Letta abbandonato dal suo partito. I giovani del Pd guardano altrove

Per quanto la rete e i social network non contribuiscano a costruire una coscienza politica e civile collettiva, ma soltanto a mobilitare masse di cittadini, come hanno ampiamente dimostrato le rivoluzioni arabe, sarebbe imprudente sottovalutare quello che sta avvenendo nell’ambito dei movimenti giovanili legati a vario titolo al Pd. Se “OccupyPd” ha provocato preoccupazioni e turbamenti nella classe dirigente del partito, le numerose  componenti più o meno spontanee che stanno nascendo a ridosso dell’esperimento Letta non possono non allarmare il partito che dovrebbe accingersi a stringere un patto (asuspicabilmente duraturo e di alto profilo) con il Cavaliere. Sono giovani che non ammettono giustificazioni al nascente compromesso e promettono opposizione radicale, fino ad abbandonare il Pd.

Il presidente incaricato, nella sua veste di vice-segretario del partito, non può non tenere conto della magmatica ed incontrollata protesta che si sta levando contro di lui e la nomenklatura di Largo del Nazareno. Il fatto che sia alle prese con la formazione della squadra di governo, del “nodo” dell’Imu e di altri problemi legati alla “strana” alleanza, non lo esime dal tenere in considerazione le reazioni della base del Pd.

Un tempo il problema non si sarebbe posto perché i partiti i loro leader erano capaci di indirizzare e guidare le masse le quali, ovviamente, potevano discutere le decisoni assunte, ma non avversarle al punto di minacciare abbandoni o plateali manifetazioni di dissenso tali da delegittimare gli orientamente delle gerarchie del partito.

Questa deprecabile e preoccupante situazione si è venuta a creare perché il Pd, non diversamente dalle altre forze politiche, ha vissuto di autoreferenzialità in questi anni. Chiuso nel Palazzo e incline ad assolvere impegni legati alla governabilità delle correnti, non ha capito che cosa stava succedendo “fuori”, qual era l’atteggiamento dei giovani, molti dei quali disoccupati, disagiati, precari, ai quali avrebbe dovuto connettersi fornendo idee, progetti ed orientamenti, piuttosto che concentrarsi pressoché esclusivamente sull’antiberlusconismo funzionale a mantenere in vita un pricolante consenso, ma non a costruire tra i cittadini ed ancor più tra i militanti il “partito nuovo” che i fondatori del Pd auspicavano all’atto della fondazione.

Oggi, per la prima volta dal 2007 quando la “fusione a freddo” portò all’unione di post-comunisti e post-democristiani, si capisce, davanti alla prova più difficile del Pd, quanto il suo elettorato sia lontano dalla classe dirigente travolta dalla propria inerzia e dimentica perfino dell’insegnamento di Antonio Gramsci sul ruolo degli organizzatori di un partito che avrebbe dovuto essere simile a qualcosa di molto vicino a certe rigide congregazioni religiose onde evitare crisi di rigetto, nei momenti “topici”, come rischia di accadere nella presente situazione.

Non so se Letta si renda conto  di essere solo. Abbandonato dal partito mostratosi sensibile al mondo della “rete” che lo ha soggiogato, è impegnato in un’impresa ardua di fronte alla quale molti avrebbero già gettato la spugna. È sorprendente e sconcertante constatare come dal suo partito non arrivino segni concretamente incoraggianti. Sui giornali e sul web cogliamo soltanto distinguo e prese di distanza. Leggiamo profonde analisi sul ruolo dei giovani democratici che dovrebbero cambiare il modo del Pd di affrontare i problemi del mondo del lavoro e  le problematiche connesse non alla mancata crescita, ma alla decrescita necessaria che non vuol dire negazione dello sviluppo, secondo la lezione di Latouche, che proponga investimenti nel campo dell’istruzione, della ricerca, della cultura e, dunque, abbandoni l’austerity funzionale alle logiche “predatorie” di Bruxelles e Francoforte.

Il Pd, Letta, il suo ministero (se nascerà) saranno capaci di andare incontro a questo movimento le cui ragioni sono tutt’altro che infondate e potrebbero legarsi con quelle di militanti del centrodestra per ora silenti a fronte di una partita che il Pdl sta giocando con netto vantaggio sull’avversario?

Fare una squadra di governo e lasciare inevase le “pratiche” poste all’attenzione da un mondo molto più vasto di quanto si ritiene, vuol dire poco o nulla. La “bolla” a sinistra prima o poi esploderà. E con essa il sistema. Dunque, nessuno può dirsi contento.