La versione di Terzi sui marò: «Dalla perizia non vi sono certezze sulla loro responsabilità»

«L’errore grave del governo è stata il cambiare repentinamente rotta rispetto alla gestione precedente e rimandarli in India». Questo il giudizio dell’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata – intervistato nella puntata In Onda,  su La7 – sulla gestione della vicenda dei marò dell’esecutivo Monti. Gestione che, stando a quanto ribadito da Terzi nel corso del programma, ha portato alle sue dimissioni. Nel corso della riunione interministeriale che ha deciso il ritorno in India di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone «sono rimasto una voce isolata», ha spiegato Terzi sottolineando come all’interno di quella riunione si sia detto che «i rapporti con l’India destavano preoccupazione». Il cambio di strategia è avvenuto perché «la pressione montata dall’India ha creato ripensamenti all’interno del governo», ha ancora aggiunto l’ex ministro degli Esteri raccontando di aver preso atto che «non si riconoscevano a Palazzo Chigi alcune cose per me vitali» e che «si continuava a cercare di addebitare alla Farnesina una responsabilità solitaria» quando si trattava di decisioni «collegiali».

Secondo Terzi, la perizia balistica della polizia indiana, che è alla base dell’accusa del processo in Kerala, «non era completamente comprovante la responsabilità dei nostri due marò». «Sapevamo che c’erano dei dubbi, dalla perizia c’era un alta probabilità, ma non assoluta certezza» nella corrispondenza tra i proiettili trovati nei corpi delle due vittime e i fucili di Latorre e Girone, ha aggiunto Terzi. Proprio su questo argomento un rapporto dettagliato dell’ ammiraglio Alessandro Piroli, l’ufficiale più alto in grado inviato in India subito dopo l’incidente della Enrica Lexie, pubblicato da Repubblica, ricostruisce i 33 minuti dell’attacco, i fatti, le prove e le ipotesi sulla morte dei due pescatori indiani. Il documento riporta anche i risultati delle perizie balistiche indiane secondo cui il calibro dei proiettili ritrovati nei corpi dei pescatori uccisi è il 5,56 mm Nato e le armi che hanno sparato non sono quelle di Girone e Latorre ma quelle di altri due marò imbarcati sulla stessa nave. Le prove balistiche indiane individuerebbero quindi non solo che i proiettili sono italiani ma anche che provengono da fucili mitragliatori assegnati ad altri due dei sei membri del Nucleo del Battaglione San Marco. «Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelestine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico», spiega la relazione. Mentre il proiettile estratto dal corpo del secondo marinaio indiano Ajiesh Pink «è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Vogliano». Ciò, tuttavia, non metterebbe in discussione il fatto che a sparare siano stati Latorre e Girone perché, come si apprende in ambienti della Marina, in caso di emergenza i marò non sono tenuti ad utilizzare l’arma a loro assegnata ma una di quelle a disposizione.