La politica del “mai con Berlusconi” non funziona più. Saranno capaci di capirlo?

I veti preventivi hanno un costo, specialmente se non si ha il coraggio di cancellarli quando le situazioni cambiano. E un costo ha anche la politica del “mai con…”. In questi giorni non ha funzionato il “mai con il Pdl” e in molti ci hanno rimesso le penne. È impensabile, dopo tutto quello che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo, che ci sia qualcuno ancora ancorato ai vecchi steccati. La politica è stata costretta a subire una piccola rivoluzione, gli equilibri in campo sono cambiati, l’avvento dei grillini ha messo a nudo le loro lacune e i loro bluff, c’è però un diffuso malcontento – sul quale i Cinquestelle hanno costruito la fortuna elettorale – che continua a serpeggiare. Il paradosso è che chi ha avuto la possibilità di dare una prima risposta ha sbagliato tutto. Sempre a causa del “mai con…”. Eppure è stato proprio Berlusconi, che pure aveva iniziato con il “mai con la sinistra”, a rompere il tabù per giungere all’unica strada percorribile, larga coalizione per mettere a punto le riforme indispensabili e poi si vedrà. Niente da fare, è prevalsa la politica del sotterfugio. Da una parte Bersani, intestardito nell’inseguire i grillini anche a costo di perdere la faccia, dall’altra Monti che si mostrava disponibile ma sperava che alla fine uscisse il suo nome, almeno in via transitoria. Lo stesso Monti, d’altronde, era legato al giuramento “mai con Berlusconi” fatto ai suoi alleati centristi. Inevitabile quindi finire nelle sabbie mobili ed esserne risucchiati. L’unico a guardare in faccia alla realtà è stato Mauro Bersani, fratello del leader del centrosinistra: «Pierluigi premier? Sì, in un’altra vita», ha detto senza peli sulla lingua a Un giorno da pecora su Raidue. Svelando anche un inedito: «I risultati della Juventus lo fanno felice in maniera moderata. A lui piace molto anche la Roma, vuol bene anche all’Inter…». Un po’ qua e un po’ là, come fa in politica, magari aggiungendo un “mai con il Milan”, proprio per soddisfare la sua ossessione anti-Cav. In più, in gioco c’è il Colle: i saggi, ha fatto notare Gasparri, non possono essere uno stratagemma per ambigue manovre destinate a ripercuotersi sull’elezione del nuovo capo dello Stato. Quindi è vero che, come ha sottolineato Alfano, «la casa brucia». Basterebbe cancellare un mai con di troppo per spegnere l’incendio.