La lunga marcia del compagno Bersani

Archiviare Bersani e darlo per rottamato potrebbe essere un errore. Sicuramente Renzi lo sta lavorando ai fianchi, D’Alema pare lo stia scaricando, le critiche per aver tenuto in stallo la formazione di un governo per 50 giorni sono unanimi. Vero anche che le sue aperture si sono infrante contro il muro di incomunicabilità con il M5s, vero che il consenso verso Berlusconi sta risalendo costantemente. Ma Bersani non è un novellino e se si sta infilando apparentemente in un vicolo cieco lo fa per una ragione. E la ragione è che, consapevole di aver fallito la corsa alla vittoria elettorale ma tenendosi ben stretta la non-vittoria che gli assegna il premio di maggioranza alla Camera, la sta tirando per le lunghe per giocarsi la carta Jolly del nuovo presidente della Repubblica. E se riesce a metterci qualcuno come Prodi ribalta il tavolo ed è di nuovo in sella. Sicuramente per poco, certo, ma abbastanza per riprendere il controllo del suo partito. Prodi- o un altro presidente bersaniano – sicuramente gli rinnoverebbe il mandato esplorativo e rilancerebbe la tesi secondo la quale un accordo di larghe intese si può fare, ma sotto la guida del segretario Pd e per realizzare il programmicchio in otto punti (“o sette o nove che siano”, ha detto Bersani) e guadagnare un anno o due per far passare la nottata. A quel punto si potrebbe anche tornare a elezioni e magari anche perderle, ma Berlusconi – secondo i calcoli dei bersaniani – avrebbe a quel punto esaurito il fiato e il tempo, Renzi avrebbe perso la sua occasione e Grillo si sarà sgonfiato. Il presidente dura in carica sette anni e se seguisse il solco interventista di Napolitano potrebbe mettere una seria ipoteca a qualsiasi auspicato cambiamento. Non a caso lo slogan di Bersani è “il governo del cambiamento”, intendendo dire non già che ci vuole un governo per cambiare, ma che il cambiamento voluto da tutti va “governato”, guidato, indirizzato, sennò chissà dove ci porta. Il problema di Bersani a questo punto è che gli è rimasta una sola carta da giocare, che è appunto l’elezione di un presidente complice. Se fallisce quella è all’angolo. E nulla indica – malgrado i sondaggi interni al Pd che sottolineano la volontà di restare uniti – che Renzi non possa andarsene e lanciare una nuova aggregazione “centrista” intorno alla propria figura. E se non sfonda a sinistra – salassando anche il M5s – può sempre spingersi a destra, dove il fallimento di Fini, Casini e Monti ha lasciato un discreto spazio vuoto.