In un film la leggenda di Hitchcock tra manie domestiche e passioni d’artista

«Anche se girassi un film su Cenerentola il pubblico cercherebbe qualche cadavere nella carrozza». È ancora così: malgrado siano passati trentatré anni dalla sua scomparsa, che ricorre proprio oggi. Nonostante la sua filmografia sia stata passata al setaccio con la precisione dell’entomologo dalla critica di tutto il mondo, e con tutto che i suoi film rappresentano l’oggetto di un culto celebrato continuativamente dagli addetti ai lavori nelle liturgie festivaliere e cinefile, come da una sconfinata platea di semplici appassionati: una schiera di proseliti della settima arte rinnovatasi di generazione in generazione dal suo esordio ad oggi. Tanto che non è un caso se i primi di aprile è arrivato nelle nostre sale il biopic Hitchcock che, nel puntare i riflettori sul dietro le quinte della lavorazione di uno dei titoli più famosi del maestro del brivido, Psyco, concentrandosi in particolar modo sul suo rapporto con la moglie Alma Reville, propone tra rigore documentaristico e licenza romanzesca, un ritratto inedito del cineasta, indiscusso protagonista della scena dal muto agli anni Settanta. Una rivisitazione analitica per lo più basata sul libro di Stephen Rebello Alfred Hitchcock and The Making of Psycho che, oltre ad arricchire l’antologia epica dedicata al regista inglese naturalizzato hollywoodiano di aneddoti familiari e indiscrezioni inedite, propone una traduzione umanizzata della leggenda hichcockiana che alimenta, invece di destrutturarlo, il mito del cineasta: uomo dalle manie professionali e dalle stranezze domestiche. Dai rapporti problematici con maestranze e divi; insofferente nei confronti della censura e delle major a cui, come denunciato da lui in persona in più occasioni, risultava alquanto indigesto. Un uomo e un artista, dunque, quello che le cronache del tempo e l’ultima rivisitazione cinematografica affidata da Sacha Gervasi all’interpretazione di Anthony Hopkins descrivono come speculare all’iconografia della silohuette di profilo, in controluce, scura come un’ombra. Un’interpretazione sfaccettata, quella di sir Alfred, che va a coincidere con l’immagine in chiaroscuro dell’uomo. Notoriamente appassionato di thriller e spy story. Stregato dall’impeccabilità professionale di uno dei suoi attori feticcio, James Stewart, del quale ebbe a dire: «è il perfetto uomo qualunque messo in situazioni bizzarre». Sedotto artisticamente dal fascino biondo delle protagoniste dei suoi capolavori, dalla Tippy Hedren de Gli uccelli e Marnie, alla Grace Kelly di Delitto perfetto e La finestra sul cortile, per non parlare del fascino ambiguo di Kim Novak, esaltato alla massima potenza ne La donna che visse due volte. Un uomo e un professionista devoto, sul set come tra le mura domestiche, dell’amabile Alma Reville, (nel film biografico interpretata da Helen Mirren), moglie consacrata e madre di Pat (l’unica loro figlia), musa ispiratrice e affidabilissimo supervisore artistico del geniale marito, scomparso decenni fa ma presente come non mai.