In un contesto deteriorato quale tipo di governo può nascere?

Non sarà una passeggiata. Il cammino di Enrico Letta è pieno di ostacoli, insidie, trabocchetti, alcuni dei quali si direbbero insormontabili. Il suo arrivo a Palazzo Chigi, atteso per lunedì prossimo, è avvolto da una coltre di nebbia che sarebbe facile (e irresponsabile) negare con un ottimismo di maniera. Le “larghe intese” sono possibili in un contesto segnato dalla volontà di pacificazione. Noi avevamo sperato che subito dopo le elezioni emergesse la consapevolezza di svelenire il clima e di acconciarsi, da parte di tutte le forze politiche, a cominciare dal Pd, alla creazione di un nuovo clima di fattiva collaborazione, preso atto del responso elettorale. Così non è stato ed i sessanta giorni successivi alla consultazione sono stati segnati da un deterioramento più grave dei rapporti politici ed istituzionali

Fin da subito, dopo l’apertura delle urne, come si ricorderà, ci dichiarammo favorevoli ad un governo di unità nazionale, ma Bersani prese un’altra strada. Anzi, imboccò un vicolo cieco nel quale si sono poi consumate scempiaggiani politiche di ogni tipo. Tornare indietro è, dunque, difficile se non impossible. Le rotture verificatesi sono di quelle insanabili. E basta dare uno sguardo a ciò che è accaduto nella direzione del Pd per capire come soltanto un miracolo potrà far nascere il governo Letta.

Se, poniamo il caso, passando sotto il banco della presidenza della Camera (ma anche del Senato) un considerevole numero di parlamentari del Pd dovesse negare la fiducia, che pure otterrebbe alla fine, che cosa accadrebbe? E’ immaginabile governare con il partito che è l’azionista di riferimento dell’esecutivo, spaccato? Ogni provvedimento, verosimilmente, diventerebbe l’occasione per scatenare un Vietnam. Si fa presto a dire: senso di responsabilità. Ma mettiamoci nei panni di chi ha negato le “larghe intese” testardamente per due mesi, finendo nelle maglie grilline e perdendo la faccia in occasione della tracicommedia dell’elezione del capo dello Stato, come può senza battere ciglio fare una conversione tanto radicale ed invocare come giustificazione la “disciplina di partito”? E quando c’erano da votare Marini e Prodi la “disciplina di partito” non contava?

Certo, si dirà, la frustata di Napolitano ha cambiato lo stato delle cose. Ma si dà il caso che “giovani turchi” e parlamentari di primo pelo suggestionati o imbeccati da twitter, sensibili a giornali manettari, portasfiga e necrofili, è difficile che possano raddrizzare il loro orientamento ed è più facile che si preparino alla grande fuga verso altri lidi, quelli che a sinistra dell’attuale Pd si stanno approntando per esempio.

Se il Pdl, giustamente chiede un “governo di alto profilo”, ben sapendo che realisticamente non nascerà mai con le caratteristiche della solidità, dell’autorevolezza e della lunga durata e men che meno potrà promuovere riforme di sistema, dalla parte opposta non stanno aspettando altro che il partito di Berlusconi formalizzi a Letta le sue richieste per tentare di far saltare il banco. Possibile una convergenza sull’abolizione dell’Imu, tanto per mettere i piedi nel piatto? Possibil che ministri pidiellini a lungo duramente contestati dal Pd, a cominciare dalla Gelmini, ora ottengano la fiducia? Possibile una riforma elettorale ex-novo, mentre sarebbe più facile abrogare con un tratto di penna l’attuale ed automaticamente riesumare il “Mattarellum”?

Ecco, non andiamo oltre. Il pessimismo della ragione al punto in cui si è spinta la notte della Repubblica scaccia quell’ottimismo della volontà che pure vorremmo nutrire. Possiamo soltanto sperare nella resipiscenza di tutti, a cominciare dal Pd. Ma è impresa ardua, almeno quanto quella cui si è accinto Enrico Letta.