Il tour europeo del neopremier: prima dalla Merkel e poi da Hollande per fare asse in vista della crescita

I toni europeisti usati da Enrico Letta nel suo discorso programmatico sono stati abilmente dosati per fungere da biglietto da visita in vista del tour che impegnerà già da stasera il nuovo premier italiano. La particolare mission che Letta si è dato è quella di convincere l’Europa della stabilità del quadro politico nostrano e allo stesso tempo di trovare alleati per smussare le misure di austerity senza turbare gli equilibri dell’Ue. Per questo Letta farà già stasera tappa a Berlino per incontrare Angela Merkel, quindi sarà a Parigi da Hollande. Con il presidente francese la strada è decisamente in discesa perché, come ha detto il ministro degli Affari europei francese, Thierry Repentin, ora che c’è Letta “Hollande è meno isolato in Europa”.

Hollande, come il capo del governo italiano, chiede da tempo politiche più incisive per rilanciare l’asfittica economica del Vecchio Continente. E come Letta, anche lui deve rispondere al pressing di chi, nel partito, gli chiede di alzare la voce contro “l’intransigenza egoista” di Berlino. L’ultima tappa sarà Bruxelles, dove il premier arriverà in serata mercoledì per cenare con Herman Van Rompuy e, la mattina dopo, fare colazione con Barroso.  Il capo del governo ribadirà di voler proseguire sul solco della politica avviata dal suo predecessore Monti (non a caso ha voluto tenere al suo fianco Enzo Moavero Milanesi, confermato ministro per gli Affari europei, e Stefano Grassi, già consigliere per le politiche comunitarie del professore) ma allo stesso tempo chiederà più impegno per la crescita. Quello con i leader Ue, dunque, sarà un approccio soft: ovvero fermo nel convincimento che l’Europa debba cambiare strada, ma cauto perché – come ripetono i suoi collaboratori – per ottenere qualcosa in Europa bisogna essere credibili.

La ricetta di Letta, dunque, non è meno Ue, ma semmai una maggiore integrazione che porti verso l’unione politica e bancaria. In altre parole quegli Stati Uniti d’Europa che permetterebbero al Vecchio Continente di competere con i “giganti” asiatici e sud americani. Tutto ciò – rimarca il capo del governo con un occhio ai Cinque Stelle – partendo da due “premesse”: l’Euro e la Bce di Mario Draghi