Il Pd che si è rottamato è un problema per la democrazia

Il Pd è diventato un serio problema per la tenuta democratica del nostro Paese, per la vita stessa della Repubblica. Guidato da una classe dirigente men che mediocre ha prodotto disastri che nessun’altra forza politica è mai riuscita a produrre, eppure di scadenti se ne sono avvicendate negli ultimi vent’anni.

La degna conclusione della più formidabile prova di arroganza politica che si  è sposata magnificamente con l’impotenza degli incapaci, sono state le dimissioni del vertice del partito. Via Bersani segretario, via la Bindi presidente. Ma non basta. Lo smottamento è appena iniziato. Ci attendiamo che facciano le valigie i due più supponenti personaggi della nomenklatura, quelli che avevano capito sempre tutto prima degli altri, Letta e Franceschini, inventanti – per chi non lo ricordasse – da Franco Marini e che nulla hanno fatto (o almeno così è sembrato) per difenderlo dagli agguati premeditati in un partito di sciacalli del quale nessuno può più fidarsi dopo l’esemplare comportamente offerto ieri con l’impallinamento di Prodi, soltanto qualche ora prima acclamato come il candidato per eccellenza da tutti i parlamentari democrat.

Bersani ha un bel dire che non ci sta più a guidare una schiera di “traditori”. Faccia un po’ d’autocritica, piuttosto. Deputati e senatori, in nome della rottamazione, del cambiamento, del rinnovamento, del ringiovanimento, li hanno scelti lui e la sua nomeklatura, attraverso lo stupido gioco delle primarie, l’accanimento di chi twitta dalla mattina alla sera, dell’utilizzo spregiudicato, infantile e mostruoso al tempo stesso dei social network che alla democrazia rappresentativa si sono sostituiti come strumenti di una democrazia assembleare che è l’anticamera della devastazione della democrazia stessa.

Un tempo i partiti sceglievano quasi sempre i migliori ed i più responsabili per accedere alle cariche rappresentative sulla base di una selezione rigorosa che teneva conto delle qualità umane, culturali, politiche, militanti di ciascuno. Adesso non è più così. I partiti si sono disfatti ed il Pd è stato il primo a darsi un po’ di belletto pop salvo poi accentrare nelle mani di un vertice impermeabile tutte le decisioni. Bersani si è fidato del “circolo del tortello” ed è andato a finire in brodo. Se avesse avuto un orizzonte più vasto la sua vicenda politica personale e quella del suo partito sarebbe stata un’altra.

Adesso lo spappolamento di un partito che non ha vinto le elezioni, ma per uno di quei paradossi italiani, è pur sempre il primo partito, pone dei problemi seri all’Italia e alla nostra democrazia. Non esistendo più come soggetto unitario, ma avendo un numero di parlamentari sovradimensionato rispetto alla sua consistenza reale, diventa difficile per chiunque intessere rapporti e provare a formulare sintesi che nell’immediato riguardano l’elezione del presidente della Repubblica e la costituzione (o meno) del governo. Non sarà facile nei prossimi giorni uscire da un impasse drammatico, mai verificatosi nella storia repubblicana.

Tocca al centrodestra, ai montiani a chiunque si senta responsabile individuare quei gruppi affidabili nel Pd e tentare  con loro un minimo di dialogo. In attesa che si apra una stagione di rifondazione a sinistra dalla quale dovrebbero autoescludersi coloro che ne hanno determinato il naufragio. Renzi compreso, modesto gicoatorino di provincia assurto ad un ruolo più grande di lui, che è il vero sconfitto, insieme con Bersani, della partita per il Colle. Ha fatto bruciare Marini e non è riuscito a sostenere Prodi, sua ultima invenzione alla faccia del rinnovamento appunto. Parla ormai come un oracolo, ma la sua dimensione è finalmente venuta fuori. Un partitocrate privo della sagacia e dell’intelligenza politica dei vecchi democristiani della Prima Repubblica. Se ne faccia una ragione, appartiene alla politica decadente non meno di quelli che ha rottamato o voleva rottamare. Meglio Barca, indiscutibilmente. E forse da lui un nuovo partito di sinistra dovrà ricominciare, dopo che il Pd si sarà sciolto non perché ha fallito l’operazione più importante della sua non lunga vita, ma per il semplice fatto che finalmente è venuto fuori che non è mai stato un partito, bensì una confederazione di correnti. È mancato l’amalgama e sono cresciuti i risentimenti.

Adesso Bersani ed i suoi spocchiosi accoliti raccolgano le macerie e se le portino via. Per il bene dell’Italia, innanzitutto.