Il governo tecnico diventa “grillino”: approva il Def bypassando il Parlamento

L’ultima furbata dei tecnici al governo. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Def, il documento di economia e finanza bypassando il Parlamento. La stima di deficit del governo per il 2013 si conferma al 2,9 per cento del Pil, mentre il debito dovrebbe salire al 130,4 «al lordo della quota di pertinenza dell’Italia dei prestiti Efsf alla Grecia e del programma Esm». Palazzo Chigi ha spiegato che «il provvedimento, articolato nel biennio 2013-2014, si caratterizza per la sua connotazione di straordinarietà e non comporta un allontanamento dal percorso di risanamento finanziario cui il governo rimane fermamente impegnato». Nella nota si legge anche che l’avanzo primario dell’Italia è atteso in aumento “progressivo” fino al al 5,7 per cento del Pil nel 2017, dal 3,8 del 2014». Secondo le stime di Palazzo Chigi bisogna «attendere il 2017 per vedere il debito pubblico ridursi al 117,3». Non solo, sono previste nuove tasse. Le due fasi della spending review dovrebbero generare «circa 30 miliardi di risparmi per il periodo 2012-2015». Ma l’approvazione del documento da parte del governo senza aver prima sentito il parere del Parlamento ha suscitato l’alzata di scudi del centrodestra. Dura la presa di posizione di Renato Brunetta: «Il Consiglio dei ministri, dimissionario dall’8 dicembre 2012, in carica per gli affari correnti, ha su proposta del ministro dell’Economia, anch’egli dimissionario e in carica per gli affari correnti, Vittorio Grilli, ha approvato il Def 2013, senza alcuna informativa o consultazione preventiva del Parlamento». Il presidente dei deputati del Pdl ha osservato che il «coinvolgimento delle Camere è più che dovuto, data la particolare situazione in cui versano in questo momento storico le istituzioni repubblicane del nostro Paese. Se a ciò si aggiunge la gittata poliennale del provvedimento, il fatto compiuto (e non poteva fare altrimenti) cui ci ha posto di fronte il Consiglio dei ministri appare ancora più grave». Daniele Capezzone, dal canto suo, ha puntualizzato che «il governo Monti lascia a chi verrà dopo un clamoroso buco (solo parzialmente dichiarato e ammesso) di 21 miliardi in termini di minori entrate. Le entrate previste sono infatti scese da 784 miliardi di euro a 763, il che configura un buco di 21 miliardi in termini di minori entrate che si traduce automaticamente in un cospicuo aumento del deficit pubblico, che il prossimo governo sarà costretto a risanare».