I Democratici hanno esaurito la spinta propulsiva. Si sono “rottamati”

18 Apr 2013 9:30 - di Gennaro Malgieri

Il Pd è riuscito nella rara impresa di autodistruggersi in tre mesi. Alla vigilia delle elezioni veniva sondato come primo partito e perno intorno al quale la coalizione di centrosinistra avrebbe stravinto. Poi l’amara sorpresa uscita dalle urne. Bersani, frastornato, non ha capito di aver perso la partita e si è incaponito nel sostenere che comunque a lui toccava costituire un governo, fosse pure minoritario (e già questo la dice lunga sulla lungimiranza politica dell’uomo). Quindi si è reso conto, sotto la spinta dei suoi compagni di partito, che non c’era nulla da fare se non tentare un “governissimo”, magari di scopo, con il Pdl e Scelta civica. Ma lui, tetragono, non ha voluto saperne dandosi all’inseguimento dei “grillini” che lo hanno ridicolizzato in tutti i modi. Renzi ha fatto la sua parte dimostrando ingenerosità, arrganza ed una ambizione sconfinita: dietro quel suo sorrisino da bravo ragazzo si cela un arrampicatore politico privo di idee e sopravvalutato dai media. Il massimo che è riuscito ad esprimere, cavalcando l’onda dell’antipolitica, è la “rottamazione”, concetto rozzo ma efficace di questi tempi. Marini, che lui non vuole al Quirinale, è un gigante al suo confronto: se ne faccia una ragione.

Poi, viste le cose come si mettevano, nel Pd hanno preso a manovrare intorno alla segreteria e perfino i sostenitori più strenui di Bersani si sono resi conto della sua inadeguatezza. Era facile fare la voce grossa dall’opposizione; nel momento in cui è stato chiamato all’impegno costruttivo ha mostrato tutti i limiti che già s’intravedevano quando faceva il ministro di Prodi.

E’ sceso in pista Fabrizio Barca, forse la mente più lucida della sinistra in questo momento, ed i giochi sono ricominciati. Il Quirinale e Palazzo Chigi le prime prove del fuoco. Ed il Pd è andato in confusione per poi finire, nelle ultime ore, letteralmente in pezzi.

Difficile rattaccarli. In esso convivono due, tre, forse quattro partiti. Tutti contro tutti. E la coalizione si è frantumata. Sel se n’è già andata per conto suo. Il rapporto con Grillo è inesistente, anzi apertamente e violentemente conflittuale. Se anche dovesse essere eletto Marini, la storia del Pd non cambierà: chi si è opposto alla scelta mollerà gli ormeggi. Non è più tempo di stare sotto lo stesso tetto. Il Pd è un cumulo di macerie la cui fine è stata ritardata dall’unico collante che teneva insieme le varie anime: l’antiberlusconismo. Insomma, non ha mai costruito una politica perché non aveva una cultura di riferimento. E perfino i sommovimenti sociali non sono stati adeguatamente compresi ed interpretati dalla sua classe dirigente.

Oggi va in scena l’ultimo atto di una storia iniziata alla Bolognina nel 1989. Dopo l’elezione del presidente della Repubblica, comunque andrà, il Pd non sarà più lo stesso.

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