I costi del non fare in Italia equivalgono a venti manovre economiche

Soffriamo di corta memoria. Se solo si andassero a rileggere le previsioni degli ultimi mesi elaborate dagli analisti e dai centri specializzati avremmo di che riflettere. E le forze politiche, chiamate a dare una risposta alla drammatica situazione in cui versa il Paese, troverebbero materiale a sufficienza per interrogarsi su questa bolgia indecente di irresponsabilità collettiva. A novembre dello scorso anno il settimo rapporto dell’Osservatorio “I costi del non fare” calcolava in 474 miliardi e 300 milioni di euro il costo che l’Italia dovrà sostenere nei prossimi quindici anni se non sarà in grado di colmare il suo crescente deficit infrastrutturale. Una cifra imponente, che corrisponde al 30% del Pil, più o meno l’equivalente di una ventina di manovre economiche. Non far nulla significa mettere il Paese definitivamente in ginocchio, fuori dalla competitività.
L’elenco delle opere da fare è lungo. Dovremmo potenziare le reti idriche ed energetiche, costruire ferrovie e autostrade, realizzare termovalorizzatori, evitando di portare all’estero i rifiuti, investire nella logistica integrata, potenziando i porti che presentano maggior capacità di attraccaggio. Invece, secondo il “Doing business” della Banca Mondiale, nella graduatoria dei Paesi dove è più vantaggioso investire siamo al settantatreesimo posto su 184. Preceduti da Cile, Portorico e Colombia. Il Ghana ci sopravanza di nove posizioni. La colpa è in primo luogo dell’inefficienza del nostro apparato burocratico. Secondo il “Global competitiveness report 2012 – 2013” del World Economic Forum, oltre la burocrazia il nostro sistema economico sconta una pressione fiscale senza eguali in Europa, una ormai patologica difficoltà di accesso al credito e una rigidità del mercato del lavoro reso ancor più asfittico dalla riforma Fornero.
Secondo Luca Ricolfi una impresa capace in Italia di produrre un utile pari a cento, in un altro Paese europeo raggiungerebbe, in media, quota 312. Il perché è presto detto. Dal 1 aprile, tanto per fare un esempio, la Corporate tax, in Inghilterra è scesa di due punti, per attestarsi al 24 %. E già il cancelliere dello Scacchiere britannico, George Osborne, sta lavorando ad una ulteriore riduzione al 22% nel 2014. Per poi arrivare a quota 20%. Così prende corpo il profilo di un ritorno alla crescita che passa per la concorrenza fiscale.
Dove, in Europa , si sono fatte riforme giuslavoriste degne di questo nome la pressione fiscale è scesa in maniera significativa. In Germania è passata dal 53% del salario medio al 49%, in Svezia dal 50 al 43, in Danimarca dal 44 al 38. Da noi si viaggia abbondantemente oltre il 50 per cento con punte del 60. La verità è che le migliori riforme sono state quelle in cui al ridisegno della regolazione dei rapporti di lavoro si è affiancato l’abbattimento del cuneo fiscale. Cose che sembrano appartenere al libro dei sogni per le imprese italiane.
La riduzione del carico fiscale può rappresentare una salutare boccata di ossigeno per le imprese, capace di puntellare le misure di liberalizzazioni. Ma, allo stato, sembra che questa consapevolezza sia scomparsa dall’ agenda politica.
In più il governo non riesce ad uscire dal dedalo intricato nel quale si è cacciato rallentando il pagamento parziale di quanto dovuto alle imprese dalla pubblica amministrazione.
Nella dilatazione dei tempi per mettere in piedi un governo decente e nella confusione totale che ha fatto seguito al risultato uscito delle urne non sembra abbia cittadinanza una minima indicazione di futuro. Qualcosa che faccia pensare alla costruzione di un modello di Paese che realisticamente e concretamente si possa contribuire a costruire, una volta usciti dalla crisi e invertita la rotta di un declino che appare al momento inarrestabile.
Eppure, nonostante l’insipienza della politica, resa evidente dai conflitti di queste ore scoppiati in casa Pd ed all’interno del Movimento 5 Stelle, il nostro non è un Paese “senza”. L’Italia ha qualità e immense potenzialità. E non ci vogliono grandi lenti per capire dove si annidano.