Governo, il Cavaliere dice sì in cambio del lasciapassare per la storia

Calma e gesso. Non so se Enrico Letta ha mai preso in mano una stecca di bigliardo in vita sua. Se lo ha fatto, gli verrà allora facile ricordare che in quel gioco possono cimentarsi tutti: obesi, cardiopatici, mutilati e persino guerci. L’importante è che abbiano la mano ferma del chirurgo, la mira del cecchino e la serenità di un asceta. Ecco, il premier incaricato può in queste ore fare filotto e quindi formare il governo solo se non s’innamora del ruolo del quale è investito, se non si lascia divorare dall’ansia di allestire un esecutivo purchessia e, nello stesso tempo, se riuscirà a riconoscere e a dribblare i camuffati sabotatori già all’opra intenti dentro e fuori il suo partito.
Dalla sua Letta ha l’ora grave che vive l’Italia e – con essa – le sue imprese, le sue famiglie, i suoi territori. Non dovrebbe incontrare perciò particolari difficoltà a porre ciascuno davanti alle proprie responsabilità. Del resto, o c’è il governo o il caos. Lo sanno tutti, persino quelli che nelle pubbliche dichiarazioni già annunciano opposizioni più o meno costruttive mentre nei colloqui privati lasciano chiaramente intendere di non aspettare altro che il varo del nuovo esecutivo. Non sono mica scemi. Prendono più di un piccione con una fava sola: la legislatura prosegue, nel frattempo si organizzano e intanto lucrano qualche consenso a danno dei partiti impegnati a sostegno di Letta. Vendola, tanto per fare un nome, accenderebbe non uno ma mille a ceri a San Nicola di Bari se solo facesse il miracolo di regalargli un paio d’anni di fiera opposizione all’immonda fornicazione del Pd con l’esecrato Caimano. Ma non sono questi piccoli cabotaggi a fare la differenza. Con tutto il rispetto, i pericoli per Letta non arrivano da Sel né da Fratelli d’Italia. Il successo o l’affossamento del suo tentativo è per intero nelle mani di Pd e Pdl, i pilastri che reggono da circa un ventennio l’impalcatura dell’immaturo e primitivo bipolarismo italiano, ma i cui rispettivi falchi – mossi più dagli organigrammi che dai programmi – non fanno mistero di sentirsi ancora abili e arruolati in quella singolarissima e perniciosissima guerra civile a bassa intensità tuttora in corso tra le due coalizioni.
Tra le due diverse posizioni, tuttavia, oggi non c’è simmetria. Il Pdl ha dalla sua sondaggi molto incoraggianti e da quelle parti la tentazione di assestare il colpo del definitivo ko a un avversario stordito e già barcollante di suo, può diventare irresistibile. Quando Berlusconi lascia trapelare la preferenza per un governo politico, cioè con dentro ministri politicamente identificabili, rispetto all’ammuffita ed ipocrita soluzione dei sedicenti tecnici d’area, sa bene di porre una condizione urticante per il Pd e per lo stesso Letta. Ma non ha altra scelta. Perché il suo reale obiettivo è la piena legittimazione politica da parte del suo avversario di sempre.
Chi scrive era deputato quando l’allora leader di Forza Italia si assunse nell’aula di Montecitorio la responsabilità di seppellire la bicamerale per le riforme presieduta da D’Alema, già ferita mortalmente da un paio di scelte inopportune e da un’esternazione eversiva di un magistrato in servizio. Usò una frase, Berlusconi, che schioccò come una scudisciata in pieno volto a noi di An: «A differenza di altri, noi siamo nati legittimi». Ed era vero, ma in riferimento allo schema della Prima Repubblica con il suo corredo di archi costituzionali, retoriche cielleniste e conventio ad excludendum.
Oggi, invece, sulla soglia della Terza Repubblica, il problema è legittimare la Seconda, la cui impronta è irrimediabilmente berlusconiana. La scena è ribaltata, con il Cavaliere a ricercare paradossalmente l’intesa con il partito che fu di D’Alema. Un’intesa politica ossia limpida, esplicita, rivendicabile e soprattutto in grado di elevarlo dalla condizione di imbattibile leader elettorale ad indiscusso protagonista di una nuova biografia nazionale, una narrazione civile e collettiva come la definirebbe Vendola, i cui contenuti vadano ben oltre i bollettini di guerra dell’ultimo ventennio. Una sorta di “pronti contro termine” l’offerta del capo del centrodestra: vi do subito i voti per un governo condiviso ed in cambio mi riconoscete come statista di una lunga fase politica, fatta di ombre ma anche di luci, di occasioni sprecate ma anche di obiettivi centrati.
Chi afferma che Berlusconi vuole il governo per usarlo come polizza contro l’aggressione di alcune procure pronuncia una doppia bestialità: primo perché ignora o finge di ignorare che fortunatamente non esiste alcuna autorità politica in grado di piegare stabilmente alle proprie esigenze la magistratura, vieppiù quella giudicante, ed in secondo luogo perché un minimo di conoscenza della psicologia berlusconiana consiglierebbe a chiunque di interpretarne le intenzioni e le mosse seguendo l’istinto di grandeur o da Guinness dei primati che gli è congeniale.
Berlusconi è autentico nel suo persino esagerato spalancarsi al tentativo di Letta. Il governo lo vuol far nascere sul serio e, per giunta, alla luce del sole perché tutti ne possano riconoscere il marchio di fabbrica, tanto più prezioso e qualificante se relazionato al sacrificio che egli compie in termini di rinuncia ad una probabilissima vittoria elettorale. Ma di elezioni ne ha vinte tante. Il suo vero obiettivo è oggi l’ingresso nel Pantheon degli statisti, dei Padri della Patria. Sa però che non può farlo se non accordandosi con chi ne possiede le chiavi, cioè la sinistra. E conviene farlo anche alla sinistra previa archiviazione dei propositi bellicosi tuttora in circolo. Nuove elezioni non sarebbero un buon affare per nessuno. Men che meno per il Pd che rischia di restarne addirittura travolto. A quel punto, Berlusconi il Pantheon se lo costruirebbe da solo e solo per sé e per nessun altro, con tutti gli annessi e connessi. Perciò compagni, siate seri e non siate schizzinosi: aprite quella porta!