Gli anni al “Secolo”, nel ricordo di Adalberto Baldoni e Roberto Rosseti

«Quando Teodoro Buontempo venne al Secolo, io ero caposervizio interni» racconta Adalberto Baldoni, che ha lavorato al quotidiano allora organo del Msi dal 1972 al 1980. «Venne a lavorare con me da praticante, poi passò alla cronaca. Aveva volontà e passione e la dimostrava anche nella politica». Baldoni ricorda che «in redazione portava anche molta allegria e faceva disperare l’allore direttore D’Asaro, attento, formale e inappuntabile». Prima che iniziassero le riunioni, Tedoro, che la notte era stato ad attaccare manifesti per la città, «si sdraiava sul tavolo per recuperare qualche ora di sonno. E lì ogni tanto lo sorprendeva D’Asaro, che puntualmente andava su tutte le furie, tra le risate generali». Ricorda Baldoni i primi giorni in redazione: «Gli davo delle notizie di agenzia, doveva svilupparle, confezionarle – lui si impegnava con passione. Erano momenti duri per tutti. Stavamo in trincea, si viveva quotidianamente sotto la minaccia di attacchi. Quando vicino alla redazione di via Milano c’erano manifestazioni di extraparlamentari stavamo all’erta». Baldoni racconta il profilo umano di un Buontempo molto diverso da quello conosciuto nei talk show televisivi e nelle aule parlamentari. «Non era mai polemico, aveva legato con tutti i colleghi. Sapeva farsi ben volere. E poi tutti sapevamo dei sacrifici che faceva per stare a Roma».

Sacrifici che ricorda un altro giornalista di quella redazione, Roberto Rosseti, oggi vicedirettore del Tg1, che al telefono ricostruisce i tempi pionieristici: «Dormiva in una vecchia Cinquecento a Villa Borghese. E in quella macchina facemmo un viaggio allucinante e bellissimo allo stesso tempo». Il giornalista Rai ricorda una sorta di On the road di due ragazzi di destra: «Eravamo nel Fronte della Gioventù, prima ancora che Teodoro arrivasse al Secolo. Lui doveva andare a trovare la mamma ad Ortona. Il padre già non c’era più. Per arrivare da Roma in Abruzzo, quando ancora non esisteva l’autostrada, impiegammo un numero interminabile di ore. Mai mi sarei immaginato che un viaggio potesse durare così tanto». Poi un ricordo più recente, della primavera del 2008: «A Unomattina, venne a partecipare a una tribuna elettorale. Era il 2008: si dimenticò nel camerino l’impermeabile con i documenti e con una medaglia». Mi dissero: «Qualcuno degli ospiti si è dimenticato il soprabito. Avete controllato a chi appartiene? Apro il portamonete e scopro una medaglia d’argento del Duce. Poteva averla solo lui. Lo chiamo al cellulare e lo prendo in giro: “Teodoro, ti sei reso conto che tu stasera non puoi rientrare a casa? Hai dimenticato qui un po’ di cose. Oltre alle chiavi di casa, la carta di credito. Lui ringrazia e mi dà appuntamento qualche ora dopo in un bar del centro. Si riprende tutto, tranne la moneta. Mi fa: “Roberto, siamo amici da quarant’anni, questo è il mio portafortuna, ma sono contento se da oggi diventa il tuo”. È la stessa medaglia che ho tra le mani in questo momento».