Fabri Fibra al Concertone: le post-femministe si ribellano. E i “democrat” che dicono?

Fabri Fibra contro tutti, e tutti contro Fabri Fibra. Stavolta è D.i.re, donne in Rete contro la violenza, l’associazione nazionale dei centri contro gli abusi sulle donne, che chiede «ai sindacati di fare una scelta responsabile e di revocare l’invito» al musicista al concerto del Primo Maggio a Roma, una scelta bollata come «grave e inopportuna». All’indice, i testi delle sue canzoni chiamate, secondo Dire, a divulgare «messaggi sessisti, misogini, omofobi» e a cantare «l’apologia delle violenza contro le donne». Nel mirino dell’associazione in particolare due brani, Su le mani e Venerdì 17 : «Nella prima – scrive la D.i.re nella lettera aperta che ha inviato ai sindacati chiedendo di ritirare l’invito ad esibirsi ufficializzato al rapper marchigiano, «si esalta la violenza con riferimenti a una dolorossissima vicenda che scosse l’Italia negli anni ’80 e che contò 16 vittime (è citato Pacciani); nella seconda, invece, sempre secondo l’associazione, l’artista «canta lo stupro e l’assassinio di una bambina di 12 anni, ed esalta azioni violente contro le donne». Così, mentre fervono i preparativi per il concertone romano del primo maggio a piazza San Giovanni, la polemica innescata contro il rapper disorganico che in questi anni ha fatto del suo saltabeccare da un fronte all’altro degli schieramenti politici la cifra stilistica dei suoi attacchi ritmati e rimati, mette in discussione l’ortodossia della kermesse concertistico-musicale, tradizionalmente aperta alla sinistra cantautoriale, che sia quella blasonata, che sia quella proveniente dai centri sociali, sempre comunque rigorosamente schierata all’interno dei confini progressisti. Ora, quest’invito sfuggito a Fabri Fibra, artista disorganico che spara a zero contro tutta la politica; sorta di Grillo del rap che nelle piazze del Paese raccoglie e convoglia ad arte rabbia e disillusione giovanile, oltre ad offendere le donne in prima linea contro il femminicidio, spariglia le carte e disorienta i proseliti democrat del politically correct, quelli che dal palco alla piazza popolano il concerto del primo maggio, abituati a confrontarsi tra loro con artisti organici e non con avversari sull’altra sponda cantautoriale, e meno che mai con schegge impazzite o dissidenti dell’ultim’ora. Come se per la provocazione ci fosse un marchio d’origine di cui pagare i diritti d’autore.