Di Canio va al Sunderland e il laburista Miliband si dimette: «Quell’allenatore è fascista»

L’avvicendamento di Paolo Di Canio che succede a Martin O’Neill sulla panchina della squadra inglese del Sunderland scuote il team laburista e l’episodio calcistico scatena immediatamente un caso politico. Il fatto che uno dei protagonisti della vicenda sia l’alfiere del calcio italiano d’Oltremanica, noto più per le polemiche scatenate da lui e intorno a lui a gioco fermo o fuori del campo, (una su tutte il saluto romano ostentato sotto la curva dell’Olimpico in occasione di un derby cittadino) che per le prodezze nei 90 minuti regolamentari, fa divampare ancor di più le polemiche. Tutto comincia con l’ingaggio conferito dalla dirigenza dei Black Cats, attualmente in zona retrocessione, all’ex calciatore della Lazio come nuovo allenatore del club inglese, carica ufficializzata da un contratto della durata di due anni e mezzo. Di Canio succede a Martin O’Neill, esonerato dopo otto partite senza vittorie, tra cui l’ultima deludente sconfitta interna contro il Manchester United. Ma la scelta non è andata giù al deputato laburista ed ex ministro degli esteri (nonché fratello del leader del partito, Ed), David Miliband che, nel giro di breve, adombrando lo spettro di una sorta di conflitto d’interessi politico-sportivo, ha annunciato le sue dimissioni da direttore non esecutivo del Sunderland: e tutto a causa delle simpatie politiche del tecnico italiano, da sempre schierato dichiaratamente a destra. «Auguro al Sunderland un futuro di successi. È una grande istituzione che ha fatto tanto per il Nord Est –ha dichiarato solennemente Miliband in procinto di lasciare la politica britannica e il Paese per trasferirsi a New York – e faccio tanti auguri alla squadra per le prossime sette, vitali, partite. Tuttavia, alla luce delle dichiarazioni politiche fatte in passato dal nuovo manager penso che sia giusto lasciare». Un commiato dovuto a nuovi impegni, ma ammantato di nobili cause di fedeltà ideologiche, che fanno facilmente leva su quella “macchia” discriminante e discriminatoria che il talento ribelle romano non riesce a scrollarsi dalla maglia, e a cui nemmeno le purificazioni conseguite grazie ad una indubbia professionalità manageriale maturata e dimostrata sul terreno verde in Gran Bretagna, nel Celtic prima, e nel West Ham poi, sono servite. Non solo, basterebbe citare due momenti della sua vita di sportivo per dimostrare genio e sregolatezza del calciatore italiano: come allenatore Di Canio ha guidato lo Swindon Town, riportandolo in League One dopo che era stato retrocesso in League Two; e come attaccante nel 2000 ha ricevuto il premio Fair Play Fifa per non aver approfittato di una caduta del portiere durante l’incontro al Goodison Park fra Everton e West Ham, quando Di Canio avrebbe potuto facilmente andare in gol, ma scelse invece di afferrare la palla con le mani fermando il gioco. Tutto inutile. Cancellato dalla memoria che regola a corrente alternata l’immaginario collettivo per cui lo sportivo italiano resta irrimediabilmente segnato sulla lavagna dei “Cattivi”. Un marchio rilanciato oggi da una tempestiva campagna di stampa inglese che con il Daily Morror titola «Di Canio sul serio?» mentre il Sun gli fa eco con «Di Canio is the Manio». Una crociata mediatica contro, su cui arriva l’imprimatur di Facebook dove, proprio in queste ore è prontamente spuntato il gruppo “Sundeland contro i fascisti”, mentre su Wikipedia la pagina del tecnico viene hackerata con la foto di Hitler. Una bufera solo all’inizio?