Cent’anni fa iniziava la prima inchiesta del commissario Maigret, l’investigatore di anime

Corporatura massiccia, ereditata dalla sua origine contadina, largo di spalle, dall’aspetto distinto, coi baffi, indole burbera, amante della buona cucina, bevitore d’abitudine e accanito fumatore di pipa. Era il 15 aprile di cent’anni fa quando questo giovanotto di 26 anni sedeva mezzo addormentato a un tavolo dell’ufficio di polizia del quartiere Saint-Georges a Parigi; come segretario del commissario gli era toccato il turno di notte insieme all’agente Lecoeur. Jules Maigret non sapeva ancora che stava per cominciare la sua prima inchiesta.

Cento anni fa dunque, la penna del grande George Simenon dava inizio alla carriera di un personaggio immortale della letteratura di tutti i tempi. Detective dell’anima, la sua caratteristica che lo renderà unico nel panorame della narrativa è il suo investigare senza mai giudicare. Persino il suo autore, Georges Simenon, sentì il bisogno di annotare scrupolosamente la data storica nelle righe d’esordio del romanzo La prima inchiesta di Maigret, uscito nel 1948: «Era il 15 aprile 1913, alle una e mezzo di notte»… Quando nasce come commissario Maigret è sposato da soli 5 mesi con l’alsaziana Louise – che lui chiamerà sempre affettuosamente «signora Maigret» – ed è poliziotto da 4 anni.

Simenon crea un personaggio agli antipodi rispetto al suo carattere: tanto lo scrittore fu libertino, irrequieto, viaggiatore (cambiò ben 33 residenze), raffinato bevitore di bordeaux, amante del lusso, quanto monogamo, abitudinario, stanziale (una vita in rue Richard-Lenoir), tracannatore alla buona di birre era Maigret. Non dimenticheremo mai  quando, dopo il caffè del mattino, riceve dalla signora Maigret la proposta di un astice con maionese per pranzo in una giornata qualunque. Noi saremmo tornati di corsa a casa di corsa, ma lui non abbandona il luogo del delitto e finirà per mangiare al bistrot Chez Auvergnat un ossobuco con lenticchie. Eppure nel “metodo Maigret” c’è moltissimo di Simenon, il quale era anche un lavoratore folle, con una capacità di concentrazione tale, da essere in grado di scrivere un Maigret in una sola settimana; e soprattutto ce n’è in quel suo motto «comprendere, non giudicare» che s’abbina benissimo alla frase fissa con cui il commissario rispondeva a chi durante un’inchiesta gli chiedesse «cosa pensava» di quel caso: «Io non penso mai!».

In entrambi c’è una profonda conoscenza e comprensione del genere umano, che non sente il bisogno di razionalizzare gli infiniti perché dell’esistenza; vanno avanti a umori e intuizioni, persino inseguendo gli odori di una strada o i sapori di una brasserie. Con tale filosofia Maigret è protagonista di 75 romanzi e qualche decina di racconti. Con le inchieste di Maigret, Simenon ha imposto una svolta importantissima nel modello di romanzo poliziesco europeo, poiché con il suo commissario abbandona lo schema del giallo classico “all’inglese” imperniato su delitti perfetti, investigatori infallibili, ambientazioni mondane e altolocate, e introduce invece personaggi e ambientazioni popolari e piccolo borghesi, dove il centro dell’attenzione è spostato sulle motivazioni umane che portano al delitto, più che sulla ricerca degli indizi materiali.

Lo stesso Simenon descrive il suo commissario come un avocat des hommes (un difensore degli uomini) o un raccommodeur de destinées, “accomodatore di destini”, perché per Maigret è fondamentale scoprire quale è stato il percorso che ha portato il colpevole all’azione, entrare nella psicologia dei personaggi coinvolti, senza giudicare né tanto meno condannare, ma soltanto cercando di capire e rispettare la loro umanità. Dal ’64, al ’72 il commissario Maigret ha avuto il volto di Gino Cervi in una serie di indimenticabili sceneggiati che hanno fatto la storia della Rai. Con il suo passo lento e l’atteggiamento sornione il commissario ci invita a un esercizio non facile: liberarci dal demone del nostro io che troppo spesso ci offusca la visione e il riconoscimento degli altri.