Casini torna alle origini: un po’ maggioritarista, un po’ berlusconiano, un po’ confuso. È veramente cambiato?

Meglio tardi che mai. E quaranta giorni sono abbastanza per una cauta autocritica, salvo attendersi sorprese nei prossimi quaranta, vista la volubilità politica dell’uomo. Da Pier Ferdinando Casini, infatti, ci si può aspettare di tutto. Anche che tenga la bocca cucita per il lungo periodo successivo alla disfatta elettorale del suo partito e del fantomatico Centro con il quale aveva annoiato amici ed avversari, presentandolo con un Graal salvifico e poi, all’improvviso, pronunci le parole che ci si attendevano con un po’ più di tempestività.

“Non sono deluso da Monti, sono deluso da una scelta cui anche io ho concorso e che si è rivelata sbagliata. Io ne porto parte di responsabilità”: così al Corriere della sera. Lodevole autocritica. Che si accompagna al riconoscimento, un po’ più criptico, che dal bilpolarismo dal quale intendeva uscire non c’è alternativa – a meno che questa non sia costituita da Grillo – e che, dunque, bisogna schierarsi: o da una parte o dall’altra. Ma non ha aggiunto che con il fatto di aver inventato un “incubo” politico come il “montismo”, che oltretutto gli ha succhiato il sangue e gli ha demolito la classe politica centrale e periferica, si è assunto parte della responsabilità dello “stallo” politico. Se si fosse schierato, oggettivamente con il centrodestra perché altrove avrebbe avuto vita difficilissima, oggi la situazione complessiva sarebbe un’altra. Non approfondiamo perché conosciamo le obiezioni: se il problema era Berlusconi, sapeva bene che non  gli si chiedeva di sposarselo, ma soltanto di contribuire a costruire un fronte alternativo alla sinistra com’era naturale. Invece si è intestardito immaginando prima il “Partito della nazione”, poi il “Terzo polo”, infine il “Montismo” appunto, la più sciagurata operazione politica degli ultimi vent’anni.

Adesso, dopo tanto peregrinare, riconosce che perfino l’aborrito uninominale, contro cui si è battuto con tutte le sue forze portando la responsabilità dell’introduzione del sistema chiamato poi “Porcellum”, al pari di altri che lo hanno voluto (lui direbbe che mancano le preferenze: sarebbe stato un guaio ancora peggiore tra voto di scambio, corruzione, ricatti, veti e lotte intestine nei partiti), potrebbe essere rispristinato per arginare le derive antipolitiche e quale strumento per mettere in campo un “professionismo” serio capace, sia pur con tutti i limiti, di raccogliere consensi consapevoli.

Quanto a Berlusconi, osteggiato fino alla fine, Casini finalmente riconosce che “dobbiamo prendere atto che una fetta di italiani crede in lui. Mi auguro un patto leale tra Bersani e Berlusconi per rimettere in moto la politica”. È la stessa linea di Franceschini, Bindi, Speranza e di buona parte del Pd.

Sublime. Ma non poteva pensarci prima? Non era difficile, dopotutto. Aveva ben chiaro il quadro politico che si andava delineando. E invece di agevolare le intese per un “grande fronte” di centrodestra (non uso “moderati” perché è equivoco, sa di muffa, non corrisponde al sentire degli italiani a cominciare da quelli che non votano a sinistra), si è messo di traverso, costruendo gherminelle che hanno finito per dissolvere il suo partito che, pur in momenti difficili, una onesta percentuale la otteneva.

Non sappiamo – nè ci interessa – che cosa farà d’ora in poi il senatore Casini sopravvissuto alla mattanza. Dice che comincia una “nuova stagione”. Ci crediamo poco fino a quando non si delineeranno con chiarezza schieramenti ed allenze. Lui, per esempio, cosa vuol fare da grande: restare incollato a Monti o rilanciare una proposta che, nel senso indicato dal Ppe, unisca tutti coloro che si oppongono al centrosinistra in nome di valori non negoziabili, prima che per oggettivi interessi politici?

Dalla risposta a questa domanda può dipendere anche il destino del centrodestra, che, al di là delle attuali contingenze, ha bisogno di ristrutturarsi.

Se le stagioni della politica mutano, come sa bene Casini, è impensabile che si resti a guardarle senza fare niente, aspettando che il tempo passi riempiendolo di qualche intervista malinconica e francamente inutile quando alle parole non fanno seguito i fatti.