Bersani s’impunta. Veltroni lancia avvertimenti. Barca si fa avanti per la leadership del Pd

La paralisi della politica italiana è ormai strettamente collegata all’incapacità di decisione del Pd. Un partito che parla a più voci e dove dai piani A si passa ai piani B ma senza alcuna capacità di concretezza. Un partito dove si ripropone con forza in questi giorni e in queste ore il dilemma su cosa deve essere la sinistra, un partito dove c’è chi ritiene addirittura superato e controproducente il concetto di sinistra. Eugenio Scalfari nel suo editoriale domenicale su Repubblica ha consigliato a Bersani di non impuntarsi, insomma di fare il fatidico passo indietro che potrebbe contribuire a sbloccare la situazione. E dopo esser stato mollato anche dal quotidiano scalfariano Bersani ha preso carta e penna per ribadire, in sostanza, la sua posizione: no al governissimo, o governo del cambiamento (con lui come premier) o niente, perché altrimenti per il Paese arriverebbero giorni peggiori. Dunque o Bersani o il voto? Ma questa non è la posizione dell’intero Pd, anzi è ormai solo la posizione di una fetta di irriducibili fedelissimi del segretario. Basti vedere come sia Vendola sia la neopresidente della Camera Laura Boldrini abbiano parlato di un ritorno alle urne come di una catastrofe.

Delle sorti del Pd è preoccupato anche Walter Veltroni che, in un intervento sempre su Repubblica, avverte che le eccessive divisioni alla fine potrebbero spaccare il partito e rilancia la vocazione maggioritaria, una chimera finora irrealizzata. Allo stesso tempo però Veltroni insiste sul fatto che il Pd non deve mettere assieme identità novecentesche (quella cattolica e quella della sinistra) ma essere un partito post-ideologico, che sappia assecondare la realtà di un paese stremato. Dietro le belle parole, però, anche nell’intervento di Veltroni si legge una chiara presa d’atto: l’epoca di Bersani è finita e, proprio per scongiurare scissioni e ulteriori lacerazioni, è bene che si riprenda l’idea originaria che era alla base della nascita del Pd gettando alle ortiche l’armamentario ideologico del “modello Bettola”.

Si fa avanti intanto il ministro Fabrizio Barca, che il 18 aprile approfitterà di un convegno dedicato a suo padre Luciano per lanciare una “memoria” sui problemi che affliggono il paese. Ospite di Lucia Annunziata ieri su Raitre, ha fatto capire di essere interessato alla leadership del Pd con un obiettivo un po’ più complesso rispetto alla rottamazione chiesta da Matteo Renzi: “Non un partito più leggero, né più pesante, ma che faccia da connessione tra i militanti e lo Stato e che sul territorio sia un punto di coagulo”. Quanto alla politica, dice, non devono farla i tecnocrati ma neanche può essere delegata alla democrazia via computer.  E non teme, Barca, di essere fagocitato dai riti della vecchia e irriformabile politica? Sul punto ostenta una ingenua sicurezza: “Io ho fatto tante esperienze, ora anche come ministro, ho fatto tante cose, quindi anche se faccio una cosa che va male al massimo è andata male”.