E tra i Democratici si scatena anche la guerra dei “brutti” contro le “belle”

Il volto stanco, invecchiato, ma lo spirito combattivo, stavolta non contro le avancès di Berlusconi ma contro la classe dirigente del suo partito, le ambizioni sfrenate, i personalismi che hanno devastato la linea politica già di suo miope e sconsiderata. Quelle bordate che sono arrivate contro di lui, affossando le scelte di Marini e Prodi per il Quirinale, Pierluigi Bersani le definisce “missili a testata multipla, con più lanciatori”. Il segretario dimissionario usa parole forti anche per commentare la deriva nella quale il Pd sta trascinando il Paese, “stiamo andando verso una situazione sudamericana”, attacca Bersani, asciugandosi il sudore di giornate trascorse in trincea e culminate nella direzione del Pd, che anticipa di un paio d’ore la salita al Colle. «Confermo le mie dimissioni perché le considero utili al partito», dice il segretario, che poi indica la delegazione che di lì a poco dovrà salire al Colle, il vicesegretario Letta e i capigruppo di Senato e Camera, Zanda e Speranza. L’obiettivo della direzione è l’unanimità su un “pieno sostegno al tentativo del presidente Napolitano di dar vita ad un governo, secondo le linee del discorso di insediamento pronunciato alle Camere”, com’è scritto in un ordine del giorno. I toni di Bersani sono duri, amareggiati: «Ho annunciato le mie dimissioni dopo la bocciatura delle candidature di Marini e Prodi da parte dei franchi tiratori, molti dei nostri grandi elettori sono venuti meno a decisioni formali e collettive in un momento cruciale. Siamo stati su orlo di crisi gravissima e senza precedenti», dice. «Si può dire che le elezioni le abbiamo vinte o no ma alla prima prova non abbiamo retto e se non rimuoviamo il problema rischiamo di non reggere nelle prossime settimane e mesi. Insieme a difetti di anarchismo e di feudalizzazione si è palesato un problema grave di perdita di autonomia. Non si pensi che quanto successo sia episodio, c’è qualcosa di strutturale», è l’atto di accusa di Bersani. Gli interventi si susseguono, c’è anche Matteo Renzi, che esclude un suo incarico e perfoino il suo “proponente”, Matteo Orfini, non lo nomina. Quando parla Francesco Vittoria, un parlamentare pingue, vestito come un panino alla senape, l’atmosfera si fa incandescente: se la prende con la bella Alessandra Moretti, la portavoce del Pd che alla prima occasione ha tradito il suo pigmalione Bersani: «Non è possibile che qualcuno, la prima volta che viene scelta, come Alessandra Moretti, dopo le tante comparsate in tv, dica che vota scheda bianca come scelta di coscienza, quando ci sarebbe da mettere in campo quella del partito. Alessandra, te lo dico con grande serenità, di scienziati ne vedo pochi nel partito, non è possibile che il primo che passa viene scelto perché dobbiamo fare anche noi la gara a chi è più bello…». Applausi, fischi, la Bindi cerca di moderare la sfida tra belli e brutti, con Paola Concia che difende la Moretti e viene invitata a calmarsi. Ma il partito dei “carini” non era quello di Montezemolo?