Veltroni “sdogana” il balcone di Mussolini: «Riapriamo tutti i luoghi del fascismo»

«Apriamo quel balcone». Sì, il balcone del Duce, quello fatidico, quello delle decisioni irrevocabili. Diventato per decenni un luogo democraticamente “infrequentabile”, ora viene sdoganato non da un nostalgico o da un ultràs della destra dura e pura ma, sorpresa, da un Walter Veltroni in un’inedita versione di storico liberale. «I luoghi del fascismo non devono essere più un tabù», argomenta in un’intervista a La Stampa che lascia di stucco. «Il balcone di Piazza Venezia era occultato da un paravento nero. Ma che senso ha? Rimuovere i simboli degli errori è il modo migliore per ripeterli». L’ex sindaco dio Roma racconta di essere stato “folgorato” sulla via del bunker del Duce. Quei locali rinvenuti sotto palazzo Venezia non più tardi di una settimana fa «mi hanno colpito», è Veltroni stesso a confessarlo. «Non ne sapevo niente e la notizia mi ha colpito. Soprattutto perché racconta di una fragilità italiana, che è la fatica di fare i conti col passato. Come è possibile che quel bunker sia rimasto per quasi settant’anni nascosto?», si domanda e subito dopo si risponde: «Lo è perché abbiamo girato la pagina del fascismo senza averla metabolizzata e compresa. E quindi continuiamo a occultare le tracce fisiche del ventennio». Veltroni non vuole essere linciato come Berlusconi o fare la fine del sottosegretario Polillo e della grillina incauta che avevano osato dire che il fascismo aveva fatto anche cose buone, e rimane prudentemente in ambito strettamente architettonico- artistico quando afferma che «la storia non è fatta di rimozioni di oggetti».  In questa veste non incorre in anatemi, anzi fa outing, rivelando un episodio di quando era ministro della Cultura. «Mi è capitato spesso di assistere a questa rimozione. Nel salone d’onore del Coni c’è un quadro di Luigi Montanarini che si chiama Apoteosi del fascismo. Dal dopoguerra era coperto da un drappo verde. Proposi di toglierlo e mi guardarono con stupore e sollievo perché, siccome sono di sinistra, non ero sospettabile di nostalgia. Ora il dipinto è visibile». E aggiunge ecumenico. «Bisognerebbe cancellare il genio di Leni Riefenstahl soltanto perché era la regista del Fuehrer o i film sovietici o radere al suolo la Piazza Rossa perché era il luogo del trionfo staliniano?». Andiamo, quindi, coraggio, aprite quel balcone. «Quel balcone, che era esclusiva del tiranno -dice- deve diventare il balcone di tutti, il balcone della democrazia. Ci si deve salire e si deve guardare la piazza come la vedeva Mussolini il 10 giugno del 1940, quando dichiarò guerra e la folla esultante lanciava i cappelli in aria». Non dimentichiamo che Veltroni promosse a suo tempo il restauro di villa Torlonia, la residenza privata del Duce e ricorda quei giorni come un vero supporter dell’arte di quel periodo: «Villa Torlonia non è più il luogo del mito. I bambini vanno in bicicletta lungo i sentieri che Mussolini percorreva a cavallo. Si va a mangiare la pizza nella Limonaia. Se però uno ha la passione, va e se la guarda con gli occhi dello storico». Non solo, ma il Veltroni, prima romanziere, ora storico dell’arte coltiva anche un altro sogno e alla domanda se, per caso, c’è dell’altro da rivalutare, risponde: «La Palestra di scherma di Luigi Moretti al Foro Italico, che è un gioiello. È stata riutilizzata come aula bunker e mi piacerebbe se tornasse all’uso originario».