Un Papa che ha alle spalle due figure imponenti: Ignazio di Loyola e Francesco d’Assisi

Francesco è il primo Papa gesuita della storia e l’ordine di Sant’Ignazio esulta a cominciare da padre Federico Lombardi, anch’egli gesuita, che in questi giorni tumultuosi e complessi ha portato la voce del Vaticano in tutto il mondo. E gioisce anche padre Franco Imoda, ex rettore della Pontificia università Gregoriana, tempio intellettuale dei gesuiti, che collega la figura di Papa Francesco a Matteo Ricci, il missionario che segnò la ripresa del cattolicesimo cinese. “L’immagine di Matteo Ricci – afferma padre Imoda – che parte da Roma e porta il cristianesimo anche attraverso la cultura  e l’amicizia con il popolo cinese e poi la scienza, il suo essere entrato in contatto attraverso la mediazione culturale, rimane molto importante per noi, è un’immagine che ancora ci ispira e ci guida”. E un sussulto di ammirazione ha colto anche i francescani di Assisi all’annuncio che il nuovo Papa si sarebbe chiamato Francesco, un nome pieno di speranza e che evoca l’esempio di una fede cristologica. Sono i due segni, l’appartenenza all’ordine dei gesuiti e la scelta del nome Francesco, che tutti i vaticanisti e gli opinionisti sono concordi nell’attribuire come tratto distintivo al pontificato di Bergoglio. E proprio Il Gesuita si chiama il libro dal quale in queste ore tutti attingono per delineare il profilo del nuovo pontefice e che racconta il primate della chiesta argentina attraverso le conversazioni raccolte dai giornalisti Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin. Ne emerge il ritratto di un sacerdote sollecito verso il prossimo, abituato alla vita modesta, allergico ai compromessi con il potere politico, che non esitava a ricevere le mogli dei preti sposati e a portare il sacramento della comunione a un vescovo morente che aveva osato prendere moglie. Abituato a lavori umili nelle fabbriche fin da adolescente (è figlio di emigrati piemontesi) fino alla vocazione, a 22 anni, vissuta con la semplicità di chi va incontro “a qualcuno che ti stava aspettando”. Ora si insiste molto sul fatto che abbia avuto una fidanzata, un particolare che tocca l’immaginario popolare, come se un prete nascesse già tale, così come si sottolinea la sua contrarietà alle nozze gay. In realtà Bergoglio si è sempre astenuto dai toni da crociata di chi fa dei temi di carattere sessuale l’orizzonte esclusivo e limitato dell’azione pastorale. Quando, nel Conclave del 2005, stava per essere eletto Papa al posto di Ratzinger, sulle mail private dee cardinali elettori arrivarono gli scritti di un giornalista, Horacio Virbitsky, che lo accusava di complicità con la dittatura militare argentina degli anni Settanta. Nel libro Il Gesuita Bergoglio ricostruisce invece il modo in cui attivò una rete di protezione attorno al collegio gesuita di San Miguel (dal 1973 per sei anni guidò la Compagnia in Argentina) per nascondere persone sgradite al regime. Avversario da sempre di quella che chiama “mondanità spirituale”, cioè il mettere al centro se stessi, il nuovo Papa ha in passato avversato la teologia della liberazione, ha scritto libri sulla pastorale sociale, è abituato a muoversi con i mezzi pubblici,  è un appassionato lettore di Borges e Dostojevski e ha mostrato da subito una particolare devozione per la Madonna (come Giovanni Paolo II). Infatti ha recitato l’Ave Maria con la folla in piazza San Pietro e oggi si è recato a Santa Maria Maggiore, dove Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, celebrò la sua prima messa la notte di Natale del 1538. Come vescovo ha adottato il motto “Miserando atque eligendo”, tratto da un passaggio dell’omelia di Beda il Venerabile su un episodio del Vangelo di Matteo: «Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi” (Mt 9,9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse – miserando atque eligendo – gli disse: “Seguimi”».