Rivelò l’esistenza delle telefonate tra Napolitano e Mancino: azione disciplinare contro il pm Di Matteo

Gli contestano di avere violato i «doveri di diligenza e di riserbo», ma soprattutto di avere leso il diritto alla riservatezza del Capo dello Stato. Accuse pesanti quelle che il procuratore generale della Cassazione Giancarlo Ciani, titolare, insieme al ministro della Giustizia, dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, ha rivolto a Nino Di Matteo, uno dei pm di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia. A Di Matteo e al procuratore del capoluogo, Francesco Messineo, oggi è stata notificata la proposizione dell’azione disciplinare. Al pm si contesta di avere rivelato, in un’intervista a Repubblica, l’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro Nicola Mancino e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intercettate proprio durante l’indagine sul patto che pezzi delle istituzioni avrebbero stretto con Cosa nostra. Messineo, invece, è accusato di non avere segnalato la violazione commessa dal suo sostituto agli organi titolari dell’azione disciplinare. Le violazioni imputate a di Di Matteo, secondo il pg, sono di «particolare gravità perché, come affermato dalla Corte Costituzionale, la discrezione delle comunicazioni del Capo dello Stato sono coessenziali al suo ruolo nell’ordinamento costituzionale». Il riferimento è alla sentenza con cui la Consulta, accogliendo il ricorso del Colle sul conflitto di attribuzioni con la Procura di Palermo, ha disposto la distruzione delle intercettazioni.

Una telenovela, quella della eliminazione delle telefonate, ancora non arrivata all’ultima puntata visto che un ricorso contro l’ordine di distruzione del gip, pendente in Cassazione, ha stoppato l’iter della cancellazione dei file controversi. Ma cosa disse Di Matteo, il 22 giugno scorso, a Repubblica? Rispondendo a una domanda sulla sorte delle telefonate, la cui esistenza era già stata pubblicata dalla stampa, il magistrato rispose: «Negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del Capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti». Una affermazione che implicitamente confermò quanto, peraltro, già noto. All’atto del pg seguirà ora un’istruttoria che potrà chiudersi con la richiesta di non luogo a procedere o con quella di rinvio a giudizio: entrambe dovranno essere valutate dalla sezione disciplinare del Csm.