Renzi torna all’attacco: un dossier sulle spese del partito, nel Pd crescono i sospetti

Matteo Renzi aveva assicurato che si sarebbe comportato «come un bravo soldatino» e che mai avrebbe pugnalato alle spalle Bersani. Ma aveva anche lasciato chiaramente intendere che, una volta esaurito il tentativo del segretario di metter su un governo (tentativo su cui lui, Renzi, non avrebbe scommesso un euro ma che non avrebbe ostacolato), avrebbe ripreso l’iniziativa politica. Prevedendo sempre più vicine nuove elezioni e non volendo rimanere risucchiato dalle complesse dinamiche di un Pd vecchio e da rottamare, ecco dunque che il sindaco di Firenze torna a insistere su una delle sue idee più care, che già aveva suggerito di aggiungere alle proposte di Bersani: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, un tormentone incessante per mettere con le spalle al muro i maggiorenti del Pd e dimostrare che certi temi «non li ha inventati Grillo». Proprio per questo qualche tempo fa – rivela il “Corriere della Sera” – ha chiesto a un amico uno studio sulla gestione del partito. E i risultati lo hanno lasciato di stucco: i dipendenti del Pd nazionale sono più di 180, tra quelli a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, tutti remunerati, con alcuni cui viene anche pagata la casa. Qualche dato: 14 persone all’Ufficio stampa del partito, tre persone addette solo a Rosy Bindi, che ha anche un aiuto alla Camera e una portavoce che, è scritto nel rapporto citato dal “Corriere”, «non si è capito chi paga». Il meno importante dei dirigenti del Pd ha almeno due segretarie e 3.500 euro di stipendio. Insomma un lungo elenco di nomi, con accanto retribuzione, eventuali secondi contratti e precisazioni sui costi dell’alloggio. È questo il motivo, dicono i renziani, per cui il Pd non potrà mai scavalcare il sindaco nella battaglia contro il finanziamento, una battaglia che però Renzi vuol portare avanti sino in fondo.