Merkel alle stelle, Hollande affonda, Monti non pervenuto. Il sovranismo vince in Europa

Ah, il potere dei sondaggi. Che vanno pure presi con le molle, ma indubbiamente contribuscono a farci capire come stanno le cose. In Germania, per esempio, fino a qualche mese fa si era convinti che le politiche “aggressive” sul piano economico e sociale di Angela Merkel  l’avrebbero distrutta. I test elettorali in diversi lander sembravano accreditare questa ipotesi condivisa peraltro in molte cancellerie europee. Non è vero niente. La Cdu è al massimo da quando la cancelliera guida il governo. Dal 2005, secondo i sondaggi,  registra il risultato migliore toccando il 43%. Di contro i socialdemocratici, sempre dalle rilevazioni pubblicate dal settimanale Stern, s’inabissa al 24%. I liberali della Fdp (storicamente alleati della Cdu) arrivano a malapena  al 3% e rischiano di non entrare al Bundestag alle elezioni del 22 settembre prossimo. La stessa percentuale dei Piraten, antisistema fin nel nome, che hanno danzato una sola estate. Ristagnano i Verdi. Secondo il direttore del settimanale, la Spd non riesce da dare la sensazione di essere «il partito di domani» e, dunque, «gli elettori persi in passato non tornano a casa». Un po’ quello che accade in Italia al Pd di Bersani.

Di contro, lo spocchioso François Hollande, presidente francese, vede la sua popolarità andare a picco. Solo il 22% dei suoi connazionali (e dunque moltissimi di quelli che un anno fa lo votarono) si reputa soddisfatto del suo operato. Per il 51% dei francesi è un cattivo capo di Stato che ha già deluso non mantenendo le promesse e legandosi mani e piedi alle logiche rigoriste europee.

Giovedì sera otto milioni di telespettatori transalpini hanno seguito l’intervista televisiva di Hollande. Il risultato è stato terribile per l’inquilino dell’Eliseo. Il 60% lo ha giudicato “non convincente”. Il contrario, insomma, di quando accadde nello scorso gennaio, dopo la decisione di intervenire in Mali. In quell’occasione gli indici di popolarità del presidente sforarono il 45% anche se il 55% dei francesi cointinuava a tenere un atteggiamento negativo nei suoi confronti  soprattutto in riferimento all”enorme pressione fiscale.

Due esempi che dicono molto. Dicono che il sovranismo paga in termini di consenso e di reputazione. La Merkel viene recepita dai tedeschi come colei che difende gli interessi della nazione di fronte all’Europa e per di più impone il suo punto di vista a Bruxelles. Hollande, al contrario, è penalizzato dai suoi stessi elettori perché non è interventista in economia, è supino di fronte all’eurobuocrazia, ma quando si mostra energico sul piano internazionale ecco che riguadagna il terreno perduto.

Le nazioni, insomma, non si lasciano umiliare in nome di un bene comune quando questo si rivela  “male comune”.

In Italia ne sappiamo qualcosa. L’europeismo acritico di Monti, la sua subalternità  all’Unione europea, la spoliazione dei diritti nazionali  a vantaggio soprattutto della Germania, ha prodotto la caduta verticale del Professore che pure veniva descritto da circoli interessati come il “salvatore della patria”.

Fenomeno tutt’altro che nuovo. Si manifesta  quando si perdono di vista gli interessi primari delle comunità governate. Non sorprende pertanto se un conservatoire come David Cameron cede il passo nei sondaggi al laburista Ed Milliband. In questo caso non c’entra la sudditanza all’Europa, ma ben tre tasse introdotte dal governo britannico assolutamente insopportabili: quella sui pensionati, quella sui cibi caldi take away e la charity tax sulle associazioni di beneficienza. Come mai volava nei sondaggi il giovane e promettente Cameron quando diceva che «la sfida dei moderni conservatori è la rivitalizzazione della società attraverso la responsabilità sociale» e poneva così le basi della Big Society, una forma moderna di sussidiarietà e di rivalutazione dei corpi intermedi (temi cari a tutte le destre continentali)? Semplice, diceva ciò che il popolo si attendeva. Poi ha mutato rotta, non comprendendo che le nazioni si sostengono soltanto facendo crescere la ricchezza e non comprimendola. Se oggi si votasse in Gran Bretagna, i laburisti probabilmente vincerebbero, ma i nazionalisti dell’UKIP, capaci di intercettare i delusi di destra, gli scontenti del conservatorismo all’acqua di rose di Cameron, otterrebbero oltre il 10%. Un sintomo che fa riflettere.

In Italia, in questi giorni incandescenti, chi si batte contro la pressione fiscale e la riconquista della sovranità nazionale sembra destinato ad capovolgere i pronostici di quanti davano gli “euroentusiasti” vincitori. Non ci sorprende. Sappiamo che le nazioni non  si lasciano schiaffeggiare anche quando sembrano indolenti e rassegnate. Esse ritornano, come ricordava un grande liberldemocratico qual era Ralph Dahrendorf, quanto più la globalizzazione avanza e cerca di imporre le sue regole. La Merkel l’ha capito. Monti no. E neppure Bersani.