Marò, la collera dell’India: convocato l’ambasciatore italiano. Ma spunta un testimone-chiave

La collera di Nuova Delhi per il mancato rientro dei marò in India è esplosa in tutto il Paese, mentre nuove rivelazioni sembrano dare ragione all’Italia. Tanto per cominciare, l’ambasciatore d’Italia nella capitale indiana, Daniele Mancini, è stato convocato al ministero degli Esteri per fornire spiegazioni. A quanto si è appreso Mancini, nel colloquio durato 20 minuti, è stato messo a conoscenza delle valutazioni e della posizione di New Delhi al riguardo. All’uscita l’ambasciatore non ha risposto alle domande dei giornalisti limitandosi a dire di «aver parlato con le autorità competenti». Sulla vicenda è intervenuto lo stesso primo ministro indiano Manmohan Singh, che ha dichiarato che la situazione creata dal governo italiano rispetto alla vicenda dei due marò è assolutamente inaccettabile. Singh ha commentato la questione su richiesta di alcuni parlamentari indiani del gruppo Left (Sinistra). A loro il premier ha detto che chiederà al ministro Salman Khurshid di sollevare la questione con l’Italia. In un comunicato il ministero degli Esteri indiano in un comunicato in cui ha ricostruito le tappe della questione, comunica che il suo governo «dichiara fermamente di non condividere la posizione rappresentata dal governo italiano sul ritorno dei due marò in India», ed è per questo che l’ambasciatore d’Italia è stato convocato dal sottosegretario agli Esteri Ranjan Mathai che «gli ha trasmesso la posizione del governo indiano nei termini più categorici». Anche il chief minister del Kerala, Oommen Chandy, ha duramente criticato la decisione dell’Italia. Il politico, contrario alla concessione dei permessi speciali per i due militari, ha detto che intende recarsi a New Delhi quanto prima per incontrare il ministro degli Esteri Salman Khurshid. «La nostra posizione – ha ribadito – rimane che i due italiani debbano essere processati in India». Non sono mancate manifestazioni di protesta: alcune centinaia di aderenti alla Società dei pescatori del Kerala si sono riuniti  a Trivandrum per manifestare contro il non ritorno dei due marò in India. Ma, come si accennava, ci sono rivelazioni, alcune delle quali peraltro anticipate dal Secolo d’Italia un anno fa. Non sarebbero stati i due marò italiani a uccidere i pescatori ma gli indiani. Lo afferma a Radio Capital Carlo Noviello, comandante in seconda della nave “Enrica Lexie” a bordo della quale si trovavano Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Noviello ricostruisce così le fasi della vicenda: «Eravamo sul ponte. Quando la barca si è avvicinata a 100 metri, Latorre ha fatto le segnalazioni ottiche, poi ha mostrato il fucile. Ma loro continuavano imperterriti ad avvicinarsi, in una chiara manovra d’abbordaggio. E allora Girone e Latorre hanno sparato. In acqua, però. Quando la barca si è allontanata, col binocolo abbiamo visto che erano armati ma non era morto nessuno, e le due persone, fuori dal cabinato, erano ancora in piedi. Dopo – aggiunge il comandante – c’è stato un altro scontro a fuoco, fuori dal porto, con la guardia costiera locale di Koci. Penso che i due pescatori morti fossero quelli. E per coprire questo errore siamo capitati noi di mezzo. Anche perché la guardia costiera di Mumbai, quando mi ha telefonato, mi ha detto esplicitamente di entrare a Koci perché loro avevano catturato due barchette sospette pirata e volevano il nostro eventuale riconoscimento. Ci hanno fatti avvicinare con l’inganno». La nave italiana infatti – e questa circostanza era risaputa – era «a venti miglia e mezzo, in acque internazionali – assicura Noviello – La posizione l’ho messa io sulla carta».