L’uomo di Bettola ostaggio della psicopolitica. Ed è guazzabuglio

29 Mar 2013 19:32 - di Mario Landolfi

C’è una robusta radice psicologica nel guazzabuglio politico che ora dopo ora si dipana sotto i nostri occhi. Stavolta, però, Berlusconi c’entra veramente poco. Una premessa d’obbligo, visto che la personalità del leader pidiellino è stata in questi anni sminuzzata in tutti gli anfratti dai suoi detrattori, che ne hanno poi ricavato un’arma letale per la più feroce tra le critiche, quella ad hominem. A ben guardare, nel ventennio a lui intitolato, Berlusconi non è stato tanto attaccato per quel che ha fatto o non ha fatto ma per come è fatto. E sui meandri della sua personalità la fantasia della psicopolitica di sinistra si è scatenata attribuendogli di volta in volta dosi esasperate di narcisismo, egocentrismo, inaffidabilità. A prescindere dalla sostanza delle questioni. Prova ne sia la politica estera del Cavaliere, il suo vero orgoglio di statista. Avete mai sentito una critica nel merito? Certamente sì, ma quel che resistono nelle nostre orecchie sono le polemiche sul gesto delle corna in una fotopportunity, l’imbarazzante attesa patita dalla Merkel mentre il Nostro armeggiava al cellulare con il suo omologo turco, o il rimbrotto regale di Sua Maestà britannica infastidita da un “mister Obamaaaa” a decibel sparati che nemmeno una discoteca… Per questi atteggiamenti, molti gli hanno dato del parvenu. I nemici più raffinati vi hanno invece intravisto la sapiente ragia di un culto dedicato a se stesso, di cui Berlusconi è insieme divinità e sommo sacerdote. “Egoarca” amava definirlo non a caso Giuseppe D’Avanzo. Cioè, l’io berlusconiano che si fa principio e fine di ogni cosa. E, in fondo, al Cavaliere, convinto elogiatore della “follia” erasmiana, non dispiaceva del tutto apparire anche nei suoi presunti difetti molte spanne al di sopra degli altri umani. Ma stavolta il problema non è lui. Anzi, è sua l’unica proposta seria per uscire dall’intricatissimo rebus postelettorale: il governissimo con il Pd di Bersani. Il quale, però, ha opposto un insormontabile rifiuto, rivelando in questa vicenda lati psicologici, questi sì, a dir poco insospettati. Nessuno avrebbe potuto immaginare che l’uomo di Bettola, amministratore di quella scuola emiliana, l’unica capace di sposare le passioni del cuore comunista con le ragioni del portafogli, uno quindi abituato a far di conto, potesse incespicare sui numeri o addirittura dare come non pervenuti i reiterati, plateali e persino offensivi rifiuti di Grillo a formare il governo con lui. Ha evidenziato, Bersani, una tale sordità al senso del reale da rasentare l’autismo politico. I suoi otto punti in funzione acchiappa-grillini, in un primo tempo declinati con baldanzosa sicurezza e ora elencati a mo’ di mesta litania, sono sempre lì sospesi a mezz’aria in una surreale trattativa dove di possibili contraenti ne è rimasto uno solo, Bersani appunto, che continua a proporre a vuoto quasi obbedendo a un impulso meccanico e comunque in misura assolutamente avulsa dalla realtà. Ricorda un po’ il Dustin Hoffman, nei panni di un ricco autistico nel celebre Rain man, che mandava a memoria i numeri di un intero elenco telefonico e poi s’imballava mentalmente sul nome di un campione di baseball. Chi avrà il coraggio di dire a Bersani la verità?

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