L’Ue fa paura e la “distruzione” di Cipro rischia di trascinare tutti a fondo

Il Parlamento di Cipro ha bocciato il diktat dell’Eurogruppo che prevedeva il prelievo forzoso fino al 9,9% sui conti correnti bancari. Una ribellione in piena regola che, comunque, non scoraggia le autorità europee, spinte al solito dalla Germania, a tentare l’assalto finale. Insomma, i ciprioti o si adeguano o falliscono. Ma se falliscono loro, fallisce l’euro. Non se ne esce. È prevedibile che misure di austerità ulteriori, per aggirare il prelievo, vengano imposte. Con tanti saluti alla sovranità.

La scandalosa misura, per il momento stoppata, è contagiosa. I Paesi più esposti dell’Eurozona sono quelli mediterranei. La paura si diffonde. In Spagna, Portogallo, Grecia, Italia. Noi, sia pure in misura ridottissima rispetto alle pretese europee, l’abbiamo già sperimentata e, nonostante tutto, ci siamo ripresi. Questa volta, se la percentuale dovesse essere quella ipotizzata per Cipro, non ce la faremmo a risollevarci, come non ce la farebbe nessuno. Qualcuno l’ha spiegato alla signora Merkel?

Dopo quest’ultima levata d’ingegno degli europeisti (si fa per dire) di Bruxelles e di Francoforte, l’Unione europea fa più paura. Ed è una paura ragionevole. Con quale diritto si privano i cittadini dei loro averi per far fronte a deficit dei quali non portano nessuna responsabilità e semmai sono state proprio le dissennate politiche monetarie europee a produrre gli scompensi che oggi si tenta di addomesticare con provvedimenti moralmente osceni e tecnicamente terroristici?

Già, i “buoni europei” sono terrorizzati. L’Unione è sostanzialmente fallita nella percezione popolare. Ammetterlo non significa essere anti-europei. Tutt’altro. L’Europa è il nostro destino, non da oggi. Ma l’Europa che riconosciamo non è quella dei banchieri, dei tecnocrati, dei burocrati, servile con i centri di potere finanziari e arrogante con i deboli che tengono la vita con i denti.

Il “mostro buono di Bruxelles”, come Hans Magnus Enzensberger definisce l’Unione, non si è reso conto che il deficit democratico delle istituzioni comunitarie farà prima o poi deflagrare l’alchimistica costruzione cui si sono dedicati nel corso del secolo scorso uomini che, pur differenti culturalmente e politicamente, immaginavano comunque un’unione di popoli, di nazioni, di comunità, di Stati. Ci ritroviamo, invece, al cospetto di sigle, acronimi, definizioni che non dicono nulla e dietro le quali si nascondono interessi che non collimano con quelli della gente. Di questa Europa abbiamo paura.

Ha scritto lo storico olandese Geert Mak, nel libro Cosa succede se crolla l’Europa, che il Vecchio Continente “deve affrontare un settore bancario pesantemente inquinato, prospettive economiche in rapido peggioramento, tensioni crescenti tra Nord e Sud, lo scetticismo e la mancanza di leadership. Questa miscela sta esplodendo all’interno dell’euro, un’unità monetaria priva dell’elasticità necessaria a superare i momenti difficili e una struttura decisionale efficace”.

Se l’Eurogruppo continuerà a cercare scorciatoie come la “distruzione” di Cipro, sarà impossibile rimettere l’Unione in carreggiata. E anche il progetto europeo può crollare. Non c’è che da avere paura anche perché con i governanti che ci ritroviamo ogni speranza è destinata a naufragare.