Le ambizioni sconfinate di Monti, leader senza partito

La parabola discendente di Mario Monti sembra inarrestabile. Dopo aver certificato davanti al Paese e all’Europa i magri risultati del suo governo, eterodiretto da Bruxelles, ha avuto la sventura di inciampare nella politica rendendosi conto che fa assai male cascare da un piedistallo su cui nessuno gli aveva suggerito di salire. L’ambizione gioca brutti scherzi. E così dopo aver sperimentato che i voti non si acquistano allo spaccio dell’Unione europea, né nei centri di potere tecnocratici e finanziari, il Professore con il suo scarso bottino elettorale si è scoperto solo e avvilito anche perché  “Scelta civica” stenta a diventare partito. Anzi, c’è chi sostiene tra i suoi più stretti collaboratori – inutile dire, delusi e amareggiati – che mai la lista montiana assumerà le fattezze di un movimento.

Dai primi atti del senatore a vita, infatti, emerge piuttosto il profilo di un egocentrico che sembra incline a consolidare il suo potere personale nelle istituzioni piuttosto che a tentare di “fare squadra”, come si dice. Lo ha dimostrato, in maniera eloquente ed anche un po’ rozza, in occasione dell’elezione del presidente del Senato, quando, del tutto impropriamente, ha avanzato la sua candidatura, sconcertando (per usare un eufemismo) perfino il capo dello Stato, suo sponsor e mentore. Come avrebbe potuto, si sono chiesti anche coloro che gli sono più vicini, puntare allo scranno più alto di Palazzo Madama abbandonando la guida del governo in un momento tanto cruciale?

Inutile sottolineare che non è pervenuta da Monti nessuna risposta se non la flebile giustificazione che sarebbe stato il Pd a chiederglielo. Difficile immaginare Bersani con il cappello in mano, ma se anche così fosse stato, che cosa avrebbe dovuto fare l’interpellato se non declinare immediatamente l’offerta come irricevibile stante il suo ruolo attuale?

Se ne è ben guardato, come sappiamo, rivelando una propensione a salvaguardare se stesso, incurante delle conseguenze negative. E forse immaginando nello stesso tempo che dal Senato al Quirinale sarebbe stato più facile il salto. Non è fantapolitica.

Quando i senatori del Pdl, infatti, hanno avvicinato Monti o il suo entourage (sul punto le versioni divergono) per chiedere l’appoggio del gruppo di “Scelta civica” alla candidatura di Schifani, hanno dovuto prendere atto dell’impossibilità dell’operazione dal momento che si sono sentiti rispondere che in cambio avrebbero voluto il sostegno al Professore per la presidenza della Repubblica.

In puro stile partitocratico, insomma, il montismo parlamentare ha cercato di ritagliarsi non uno spazio politico, ma una dimensione nella quale c’è posto unicamente per il leader il quale ha così dimostrato a quanti nutrivano dubbi che da civil servant si è rapidamente trasformato in un burocrate al servizio di se stesso e della sua ambizione.

Anche per questo il partito gli va stretto e non lo costituirà mai, come ha denunciato un “montiano” che ha avuto il torto di Illudersi, Giuliano Cazzola, per il quale il senatore a vita “non può permettersi di usare il partito, di lasciarlo in mezzo al guado, per i propri interessi o per la propria carriera”.

La via verso il Colle è, dunque, sbarrata? Sembrerebbe di sì. Ma davanti ad un quadro politico così frastagliato, non ce la sentiamo di escludere nulla. Neppure che il più sconfitto tra gli sconfitti alle elezioni di febbraio diventi capo dello Stato per alchimie al momento indecifrabili. Di sicuro, Monti lavora per questo. E del partito che avrebbe dovuto essere il motore del rinnovamento, accada quel che deve accadere. Nessuno, d’altronde, se dovesse evaporare, lo rimpiangerebbe.