La Grillo-economics tra paradossi e contraddizioni, voglia di referendum e applausi a Latouche

Un amalgama inedito, ma quel che è bizzarro è che è un work in progress il programma economico di Beppe Grillo, in buona parte costruito sulla base  della discussione on line tra simpatizzanti e militanti e suscettibile di variazioni e nuovi apporti. Un programma che non serve ancora per governare, questo è chiaro, ma per continuare a raccogliere consenso popolare, in un momento in cui il Paesee ha bisogno più che mai di fare presto per far ripartire riforme e crescita. Il modello economico che può ricostruirsi -anche leggendo l’inserto economico di Repubblica– sembra quasi un puzzle, proposte sparse, «un patchwork tra idee strampalate» viene definito dal quotidiano di Ezio Mauro, dove statalismo e liberismo convivono in allegra contraddizione e dove le coperture di spesa sono spesso un optional. Quella che è stata ribattezzata la Grillonomics e che alcuni notisti giudicano «delirante»  può essere così delineata: Grillo propone il referendum sulla permanenza nell’euro. Nessuno, tra i grandi partiti in campo in questa tornata elettorale, ha mai pensato di mettere in discussione la moneta unica. L’ipotesi del leader 5 stelle è di uscire dall’euro restando all’interno dell’Unione, analogamente alla posizione occupata oggi dal Regno Unito. Un’idea «priva di credibilità», ha commentato Renato Brunetta a Sky Tg24 «che ci farebbe precipitare rovinosamente nella considerazione dei partner europei», dice definendo quello del leader del movimento un «non programma». Ancora più pesante, e potenzialmente destabilizzante per i mercati, l’ipotesi di ristrutturazione del debito pubblico, tagliando gli interessi e allungando la scadenza dei titoli di Stato. Non onorare puntualmente e completamente gli oneri già sottoscritti, spiega Il Sole 24 ore, metterebbe in seria discussione la nostra affidabilità creditizia, con conseguente, probabile, perdita di credibilità sui mercati finanziari. Una proposta velleitaria e dannosa, dunque. Vago e oscillante, poi, il suo proposito di patrimoniale. E poi riguarderebbe i patrimoni immobiliari o i patrimoni personali? Non è chiarito nel programma. È chiaro invece a cosa servirebbe il gettito: a finanziare il reddito di cittadinanza a sostegno – ma non è precisato ancora bene – di coloro che hanno perso il lavoro. Più dettagliato il piano energetico e della gestione delle risorse che affonda le radici nella teoria della decrescita, per molti aspetti interessante, elaborata da Serge Latouche. Una teoria che fa sognare ma più che un modello economico possibile è «una religione», sostiene l’economista Giorgio Arfaras. I limiti della crescita sono definiti, le risorse prima o poi diminuiranno. Per evitare la catastrofe, scriveva Latouche, occorre elaborare un modello opposto a quello consumistico, con un graduale abbattimento della rincorsa alla produttività. Teoria affascinante, ma che «partendo da premesse oscure arriva a una conclusione altrettanto oscura», spiega Arfaras «dal momento che le cose proposte funzionano solo con un’umanità migliore. Non avendo a che fare con un pensiero passibile di verifica -conclude- si ha un pensiero para-religioso». Più che una teoria economica un paradigma culturale, che anche il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Botoli, definisce «una scorciatoia alla povertà».