I partiti esclusi dal Parlamento: Di Pietro forse lascia la politica, De Magistris confida nel “fomento”

Cosa faranno i partiti tagliati fuori dal Parlamento e senza più seguito e rimborsi elettorali? Se n’è occupato il quotidiano online Lettera43 svelando le prospettive, in verità ben poco allettanti, di alcune sigle che alla sfida delle urne hanno racimolato solo delusioni. Il partito di Fini, Futuro e libertà, sta per chiudere i battenti, anche se il tesoriere Luigi Muro assicura che del doman non c’è certezza e forse ancora un po’ la sigla resisterà. Fare per fermare il declino, il movimento fondato da Oscar Giannino, invece, guarda al congresso di maggio. Il tesoriere Lorenzo Gerosa afferma che con le donazioni dei tesserati il cammino potrà proseguire. Rifondazione comunista per continuare ad esistere dovrà invece mettere in vendita il suo patrimonio immobiliare, che ammonta a 23milioni di euro. E l’Italia dei valori? Anche in questo caso si punta a un congresso e si spera in un definitivo passo indietro di Antonio Di Pietro. Così l’ex capogruppo Antonio Borghesi: “Non sappiamo ancora se Di Pietro continuerà a fare politica, ma di certo non si candiderà alla segreteria e toglieremo il suo nome dal simbolo”. Nebbia fitta anche sulle prospettive di Rivoluzione civile. A nutrire una qualche ambizione nel fu movimento di Ingroia c’è rimasto solo il sindcao di Napoli Luigi De Magistris che, intervistato giorni fa da Il Fatto, si dice sicuro che si potrà ripartire dopo aver scontato per un po’ l’indifferenza dei media. Su quali basi politiche? Non si sa. Ma appare rivelatrice una risposta di De Magistris alla domanda sugli errori commessi in campagna elettorale: “È evidente che non abbiamo brillato in campagna elettorale. Ma non si può dare la colpa a Ingroia: per imparare a fomentare la gente c’è bisogno di tempo, e ne abbiamo avuto troppo poco”. Ma un partito che poggiava tutto sul fomento non poteva che finire così.