Gli 80 anni di Tomas Milian, “Er Monnezza” che piaceva solo a destra

Difficile immaginarlo con aria compassata, in abiti tradizionali e con chioma imbiancata. Eppure, tra due giorni, Tomas Milian, il mitico attore di origini cubane, naturalizzato romano ed entrato di diritto a suon di successi di cassetta nell’immaginario collettivo, grazie alla sua inconfondibile maschera di Serpico de’ noantri, compirà ottant’anni. Difficile dimenticare la tracotanza bonacciona di quel personaggio dai modi inurbani ma efficaci, che in divisa d’ordinanza cinematografica – tuta blu da meccanico e pettinatura rasta – ora in prestito al Monnezza, ora all’ispettore Nico Giraldi, è entrato nel cuore degli italiani dispensando schiaffoni e risate, per molti anni applauditi solo dal pubblico in sala e dalla lungimirante e anti-snob critica di destra. Già, perché per interi decenni, quelle commedie sboccacciate e quei poliziotteschi caciaroni, che hanno dominato i cartelloni distributivi e le classifiche del box office a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, sono stati guardati con sdegno accademico e distacco critico da quell’intellighenzia di sinistra ancora immune dal virus dell’appropriazione culturale che l’avrebbe colpita sulla fine dei Novanta, portandola a sdoganare, dalla Fenech a Franco e Ciccio, passando per i Cugini di campagna, finanche Tomas Milian. Riposizionando, sullo scacchiere della rilettura revisionista, tutte le pedine e gli alfieri di quella cultura popolare considerata fino all’istante prima scollacciata, spudorata, volgarmente populista e appannaggio solo di un certo pubblico dal palato facile, e di una certa critica poco incline ad arricciare il naso. Del resto, era lontano da venire il successo pulp di Tarantino, pronto a nobilitare protagonisti e sapienza artigianale di quel cinema caratterizzato anche dai Monnezza e dai Giraldi a cui, pochi sanno, ha prestato volto e credibilità istrionica un attore come Tomas Milian, dall’insospettabile blasone professionale. Un curriculum ancora poco noto, il suo, e agli occhi di quella critica progressista miope e bacchettona, oscurato dalla promozione popolare e dagli incassi al botteghino, “disvalori” che mal si accompagnano nel giudizio critico all’idea di spessore culturale. Un curriculum, quello di Milian, inaugurato sulla ribalta di Broadway, e arricchito poi sui set di Lattuada, Zurlini, Bolognini, Visconti e Pasolini. Un talento, quello dell’attore cubano che oggi vive a Miami, declinato anche agli spaghetti western diretti da Sergio Sollima e Lucio Fulci, altro filone, come è noto, a lungo considerato di serie B. Una serie B finalmente promossa al girone principale per cui, in un ribaltamento di prospettive e giudizi di valore, da «qualunquisti e fascistoidi» i film di Tomas Milian, amati a lungo solo a destra, godono oggi di nuova credibilità spettacolare.