Crisi morale, crisi di sistema. L’Italia affonda

Dalle irrituali (davvero inedite e sorprendenti) dimissioni del ministro degli Esteri di un governo già dimissionario al volgare e postribolare esprimersi di un cantante che è pure un politico (Battiato a Bruxelles) sulle parlamentari italiane, in un giorno solo abbiamo visto la fotografia di una crisi che non ha soltanto connotazioni politiche, ma anche umane, morali, culturali. Due episodi, se isolati nel loro ambito, fanno due titoli sui giornali. Ma se inquadrati in un sistema lacerato che, non a caso, sta per partorire un “governo di nessuno” –  scontato il fallimento di Bersani quale che ne sia l’esito (nella migliore delle ipotesi un governicchio dalla vita brevissima, precaria e disperata) – si deve concludere che l’abisso italiano è talmente profondo da risultare insondabile.

Il Parlamento è spaccato; il Governo si è dissolto; la Magistratura è dilaniata al proprio interno; il partito di maggioranza relativa è paralizzato da veti, litigi e maldicenze; i sindacati sono l’uno contro l’altro armati; la gente è spaventata di fronte ad un futuro che mai è stato così incerto; il popolo dei risparmiatori (quasi tutti gli italiani) vive la sindrome cipriota con crescente angoscia; i giovani disoccupati hanno perso la speranza di poter aver un futuro.

Si ha l’impressione che l’Italia si stia dissolvendo.

Nessuno immaginava che dalla scoperta di Tangentopoli, vent’anni fa, il cammino verso la rinascita portasse nel baratro. Neppure il più pessimista osava pensarlo. Ci chiederemo a lungo che cosa non ha funzionato anche se alcune risposte già le stiamo dando e le abbiamo date nel recente passato. Ma ciò che ci rende increduli e sbalorditi è la visione del vuoto  apertasi davanti a noi alla quale ci sembra di non poter opporre alcunché. I morfologi della storia definiscono “decadenti” periodi come questi. Eppure nella decadenza, che altre epoche hanno conosciuto, significative ancorché rare apparizioni di fenomeni destinati a crescere fino ad invertire la rotta s’intravedevano. Su questa Italia, non a caso appesa al post di un comico, i cui destini dovrebbe scriverli uno come Bersani che pur sapendo di non potercela fare ha perso giorni e giorni ad incontrare tutti, tranne i cani randagi e disgraziatamente neppure una bocciofila, sta calando il pesante velo dell’irrilevanza e – Dio non voglia – della disperazione che potrebbe dare luogo ad un conflitto sociale i cui esiti sono facilmente immaginabili.

E’ la diagnosi di un pessimista? Non credo. Ho osservato a lungo, da vicino, dal di dentro e dal di fuori delle istituzioni la crisi italiana per lasciarmi imprigionare da un irragionevole senso di angoscia e di impotenza. Vorrei che qualcuno si affacciasse dagli schermi televisivi e dicesse che la crisi che stiamo vivendo è crisi di sistema, generata da una più profonda crisi morale e mettesse così gli italiani davanti ad uno scenario veritiero e dunque drammatico. Le pantomime da talk show sono un insulto alla nostra intelligenza. Vorremmo ascoltare parole di verità, piuttosto che biascicamenti in politichese volgari e spesso incomprensibili.

Non so se nel Palazzo, dove in queste ore furoreggia l’insostenibile leggerezza di una classe politica talmente inadeguata da risultare imbarazzante, ci sia qualcuno che abbia la consapevolezza della crisi che ci avvolge, la cui manifestazione politica è soltanto l’apparenza più evidente e, dunque, superficiale. Se c’è si faccia avanti. Si sottragga ai giochi del Monopoli di Montecitorio. Avanzi qualche proposta ragionevole ancorché ardita. Metta da parte gli egoismi ed i pregiudizi. Prenda su di sé la resposabilità di dire chiaro e tondo che finire come la Grecia o Cipro è soltanto l’anticamera della dissoluzione totale. C’è un Paese morente all’orizzonte. E bisognsa fare di tutto per tentare di salvarlo. Ma cosa rappresentano le formulette bislacche che circolano sul tipo di governo e sulle impossibili maggioranze che prendono forma e si disfano nella fantasia di ciarlieri opinionisti che brancolano nel buio credendosi più intelligenti degli altri?

La crisi si può calvcalcare avendone la consapevolezza. Un tempo scendevano in campo gli intellettuali. Di questi tempi, chi li ha visti? Non c’è un’idea che possa salvarci. E forse neanche un Dio, come avrebbe detto Heidegger. Il capolinea tante volte evocato adesso lo si scorge nitido. Ci stiamo arrivando. Eccola la “buona politica”, declamata senza farla, dove ci ha portato. Ecco il prodotto delle illusioni. Si facciano pure altri giri di consultazioni, si chiamino al capezzale della Repubblica scrittori che peraltro non assomigliano né a Dostoevskji e neppure a Pasolini, associazioni utilissime come il Touring Club e organizzazioni umanitarie e caritatevoli, ma è tempo perso. Se si vuole avere contezza della crisi basta sfogliare i giornali. Oppure collegarsi con il blog del sullodato comico che è riuscito a mettere in burletta perfino le idee di Latouche e di Stiglitz ben sapendo che in Italia le conoscono forse una decina di persone. E  si capirà di più frequentando locali pubblici, autobus, metropolitane, uffici, mercati rionali non meno importanti di quelli globali. Ma chi lo farà?

Se ci si ferma all’idea che dalla costituzione di un governo possa cominciare la rigenerazione, si è fuori dalla realtà. La crisi non si lascia governare da compagini politiche che non siano animate dalla ricerca del “bene comune”. Ed il vecchio, intramontabile Machiavelli ammoniva che “cum parole non  si governano li Stati”.