Consultazioni: ipotesi fantasiose e realismo politico

Non ci si può rifugiare nelle parole o, ancor peggio, nelle ipotesi più o meno eccentriche e fantasiose. Il tempo stringe e, di fatto, sono quasi quattro mesi che il Paese è senza un governo nel pieno delle sue funzioni. Per cui o dal Quirinale viene fuori una prospettiova percorribile oppure è meglio cambiare registro.

In altri termini o Napolitano dà un incarico “pieno” a qualcuno (se ritiene anche a Bersani, ma sarebbe altamente rischioso e dunque sconsigliabile) oppure le “esplorazioni” di cui si parla servono soltanto a perdere tempo. Sembra che il capo dello Stato, unitamente a numerosi esponenti politici, abbia intenzione di indirizzarsi su questa via, affidando il mandato al neo-presidente del Senato il quale, assolutamente inesperto di trattative, non potrà che limitarsi a registrare ciò che le delegazioni dei partiti hanno già fatto sapere. A che pro, dunque, prolungare un’attesa che sta francamente diventando insopportabile? Le posizioni sono chiare. Gli ostacoli evidenti. Napolitano potrebbe soltanto provare a convincere Bersani che non è immaginabile un governo Pd-grillini perché non esiste nella realtà. E, dunque, è inutile insistere, oltretutto ricevendo dal leader del M5S dinieghi conditi da sanguinosi insulti.

Meglio, molto meglio la strada del realismo. Che inevitabilmente porta ad un accordo su un nome gradito al Pd, non sgradito al Pdl e al sempre più irrilevante Monti, che guidi un esecutuivo “di scopo”, come si dice. Vale a dire una compagine che resti in carica giusto il tempo di approvare una decente legge elettorale (ritorno al Mattarellum o doppio turno alla francese: inutile immergersi nelle acque infide di sistemi impraticabili, ed ancora più inutile far finta che esistano le condizioni per una riforma delle istituzioni in senso presidenzialista, per quanto altamente auspicabile), tenere i conti in ordine, varare il Documento di programmazione economica, come la legge prescrive, e portare il Paese alle elezioni presumibilmente in ottobre/novembre.

Dalle urne verrebbe inevitabilmente fuori una coalizione dotata di una maggioranza certa e, dunque, capace di garantire governabilità e rappresentatività allo stesso tempo. Altre possibilità non credo siano alle viste. Ed il Paese non può certo morire appresso alle paturnie di Bersani, il solo in Italia che crede di aver vinto le elezioni.

Ovviamente se questa ipotesi dovesse prendere corpo, non sarebbe necessario che il Pd e Pdl intervenissero direttamente con i loro esponenti più in vista a comporre l’esecutivo, ma neppure sarebbe pensabile un nuovo esperimento Monti. Dovrebbero acconciarsi tutti a disegnare un esecutivo snello, sotto la regia di Napolitano, nel quale accogliere personalità vicine ai due schieramenti con l’inserimento di qualche “tecnico” non usurato. Posso provare a fare un nome come presidente del Consiglio? Vedrei bene Fabrizio Barca, certamente di sinistra, ma non organico al Pd, come riconoscimento alla coalizione che in un ramo del Parlamento ha una imponente maggioranza: non dovrebbe dispiacere al centrodestra per il semplice fatto che come ministro non ha dato prova di scorrettezze o di faziosità. Naturalmente ciò implicherebbe una discussione franca, aperta e senza pregiudizi sull’elezione del presidente della Repubblica cui dovrebbe partecipare da protagonista, e senza volgari alibi tendenti al escluderlo, il Pdl.

Insomma, se da una parte e dell’altra si prende atto che le elezioni non le ha vinte nessuno (neppure Grillo, conti alla mano che, dunque, non  ha i numeri per poter fare il “suo” governo, come va cianciando con sprezzo del ridicolo in questi giorni), non resta che una soluzione di compromesso e a termine.

Se ne facciano una ragione tutti gli attori. E buttino alle ortiche i bizantinismi. Non è più tempo di guerreggiare.