Casini non è Cincinnato, se ne sono accorti anche i “reduci” dell’Udc

Che Casini non fosse Cincinnato lo si era capito da tempo. Cincinnato salvò Roma mentre Casini non è riuscito a salvare nemmeno l’Udc. Cincinnato non volle gli onori e dopo la sua grande impresa tornò alla vita agricola, rifugiandosi nell’ombra e nella semplicità. Casini invece, nonostante la sconfitta, sembra non abbia nessuna intenzione di dedicarsi alla coltivazione dei campi, smentendo tutti coloro che avevano giurato in un suo ritiro. Alla prima riunione dei vertici Udc il leader (o presunto tale) non si è presentato. E questo era già nell’aria, perché i suoi avversari interni erano pronti a trasformarsi da moderati in belve per sbranarlo. Quindi ha evitato di entrare nel tritacarne del partito con la scusa di non voler condizionare il dibattito. La versione ufficiale sulla riunione racconta di Cesa che ha lanciato l’idea di dare «spazio ai giovani» e ha fatto approvare la sua relazione. Ma il confronto è stato molto acceso. Sotto accusa proprio Casini e la sua insistenza nel santificare Monti, un’insistenza assurda proprio quando famiglie e lavoratori alzavano la voce contro il rigore a senso unico del tecnopremier. La paura fa novanta anche in casa Udc ed è per questo che le mozioni di minoranza non sono state messe in votazione. Ma questo non ha impedito ai dissidenti di parlare. Mario Tassone, per molte legislature parlamentare, autore di uno dei documenti alternativi a Cesa, ha usato toni duri: «È stato un camuffamento del clima dell’intero Consiglio nazionale. L’alleanza con Monti si è rivelata un errore perché noi nulla abbiamo a che fare con i massoni e con le filiere dei banchieri. È stata decisa la liquidazione del partito rinunciando alla nostra sovranità e rimettendoci in decoro e dignità». E la lettera di Casini, inviata per  giustificare l’assenza? È stata causa di altre considerazioni al vetriolo. Alcuni consiglieri hanno paragonato il leader dimezzato al comandante Schettino, perché «ha abbandonato la nave». E Ivo Tarolli, primo firmatario di un altro documento mai messo in votazione, ha protestato: «Andiamo a un congresso senza garanzie perché verrà gestito politicamente dalla classe dirigente che sarebbe dovuta andare a casa subito, perché ha sbagliato troppo». Casini, dunque, non si presenta ma non lascia nemmeno il timone. Aprile però è dietro l’angolo:  due mesi non bastano per dimenticare una sconfitta come quella appena subita. Nell’Udc sanno che Casini non è Cincinnato. Ma forse l’hanno scoperto troppo tardi.