Caro Bersani, il vero giaguaro abita al Colle

È inutile girarci intorno, è Bersani il leader del partito delle elezioni subito. Lo lascia capire, tra le righe, la Velina rossa, foglio d’agenzia parlamentare che ben riflette gli umori e le intenzioni di via del Nazareno. Per Pasquale Laurito, bersaniano di rito dalemiano, che ne è direttore, il segretario del Pd è pienamente legittimato dalla Costituzione a rivendicare il diritto-dovere di formare il nuovo governo senza sottostare a veti o senza essere tenuto a fornire preventive garanzie numeriche. Titolare di maggioranza assoluta a Montecitorio e di quella relativa al Senato, il segretario del Pd non deve perciò a farsi da parte, neanche se lo stentatissimo viottolo che sta percorrendo dovesse ancor più restringersi fino a diventare impraticabile perché a quel punto toccherebbe comunque a lui gestire la fase elettorale, sempre che Napolitano lo spedisca alle Camere per ottenerne il via libera. Ovviamente, non è tanto un’angusta aspirazione di ordine gestionale a determinare a tanto gli uomini più vicini al segretario del Pd quanto la volontà di comprimere Renzi come competitor interno fino a neutralizzarlo dall’orizzonte a breve termine. Se, infatti, nel novembre scorso, le primarie servirono ad incoronare un candidato premier, oggi non avrebbero molto senso se il Pd fosse già rappresentato in quello stesso ruolo. Il nodo è proprio qui. Non a caso la Velina esorta Bersani «a non calarsi le braghe davanti a Napolitano» ed evoca i precedenti di esecutivi privi di un’esplicita fiducia delle Camere o addirittura sfiduciati, ma del tutto legittimati ad agire o comunque in grado di gestire la fase elettorale: De Gasperi, i due presieduti da Andreotti fino a quello a guida Fanfani, «creati tutti – assicura Laurito – per il rispetto della Costituzione». Il Quirinale, tuttavia, è sempre più scettico sulla strada imboccata da Bersani. La giudica un vicolo cieco e considera il ruolo da egli stesso affidato al segretario del Pd un giro d’onore, una sorta di atto dovuto al capo della coalizione titolare di una maggioranza certa almeno in un ramo del Parlamento. Niente di più. Bersani, come già detto, la pensa diversamente e ritiene che debba andare fino in fondo scommettendo sul suo ruolo di dominus Montecitorio e sulla libertà di coscienza dei senatori a Palazzo Madama. In alternativa, sarebbe pronto a far saltare le marcature, a rendere il Pd indisponibile a qualsiasi altra soluzione e ad accaparrarsi anche il nuovo capo dello Stato, cui chiedere in contropartita un minuto dopo lo scioglimento del Parlamento. È perciò prevedibile che nei prossimi giorni il futuro della XVII legislatura si giocherà tutto nel confronto tra due uomini, Napolitano e Bersani appunto, uniti dalla comune matrice politica ma oggi irrimediabilmente divisi sul da farsi. E saranno soprattutto gli aspetti psicologici a condizionare il confronto: Napolitano, primo ex-post-neo comunista a varcare da presidente la soglia del Quirinale, vuol chiudere il settennato evidenziando ancor di più la propria irreprensibilità nel difendere la Costituzione e, con essa, l’interesse nazionale. Al contrario, Bersani è perfettamente consapevole di essere all’ultimo giro di boa col rischio di vedere dissolvere definitivamente l’obiettivo di essere il primo ex-post-neo comunista a formare un governo sulla scorta di un’investitura popolare. Peserà tra i due anche il varo del governo Monti che gli sbarrò la strada verso uno scontato ingresso a Palazzo Chigi ormai più di un anno fa, quando Renzi era appena una promessa e Grillo solo una minaccia. Napolitano lo volle fortemente. E, forse, Bersani non si darà pace per aver tentato in tutto questo tempo di smacchiare il Giaguaro sbagliato.