Calimero compie 50 anni: l’anitieroe del Carosello in perenne sfida col “politically correct”

Calimero, il pulcino piccolo e nero, compie cinquant’anni. È nato il 14 luglio 1963, nel paleozoico catodico, e ha debuttato sul palcoscenico di una tv in bianco e nero, pronta a lanciarlo su un mercato mediatico ancora ingenuo e incline all’utilizzo di personaggi semplici, dagli espliciti rimandi allegorici, non ancora facili prede del cannibalismo propagandistico agito di lì a breve, dai persuasori occulti che Vance Packard avrebbe denunciato in un saggio profetico, divenuto bibbia della comunicazione sociologica, sul potere subdolo esercitato a colpi di messaggi subliminali dalla pubblicità.

Oggi, a cinquant’anni e un mondo di distanza da quel timido esordio, il XV Future Film Festival di Bologna (che si svolgerà dal 12 al 17 aprile) dedica a Calimero, il pulcino sfortunato di Nino e Toni Pagot e Ignazio Colnaghi, un evento per festeggiare un’ icona che, per dirla con Umberto Eco «ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda». L’omaggio, a cura di Mario Serenellini, propone una ricca antologia che ripercorre le tappe più significative della storia (anche grafica) del personaggio, attraversando mezzo secolo di evoluzioni del cartone animato: una vera e propria “Calimero Story”dalle origini artigianali al futuro digitale, dagli sketch in bianco e nero di Carosello al colore, alle prime prove della nuova serie in 3D in via di realizzazione tra Italia (Studio Campedelli/Raifiction) e Francia (Gaumont Alphanim/TF1), con lo zampino elettronico del torinese Animoka e la distribuzione di Disney Europa.

Ritorno in grande spolvero, dunque, del pulcino piccolo e nero, portabandiera (o portafagotto?) della rivincita del diverso. Per generazioni di bambini di ieri, a cui Carosello stabiliva l’orario per andare a letto, è praticamente impossibile non intenerirsi al ricordo: un solo – quindi imperdibile – Carosello da gustarsi, un solo pulcino nero con mezzo guscio calcato in testa da cui farsi appassionare. Le sue disavventure quotidiane che, puntualmente, spot dopo spot lo vedevano tiranneggiato e mortificato dai colleghi di cortile, al punto da indurlo a incollarsi sulle spallucce un piccolo sacco e a zampettare via, borbottando sommessamente un sobrio «E’ un’ingiustizia, però! Tutti se la prendono con me perché sono piccolo e nero…», lo hanno eletto negli anni a simbolo del diverso, del perseguitato, alla ricerca del riscatto.

Un riscatto conquistato grazie all’Olandesina, che il dibattito psicanalitico ha identificato come crocerossina del pulito e dell’affermazione identitaria, e che in grembiulino inamidato e zoccoletti, si mostra da subito risoluta ad immergere lo sventurato pulcino nero in una tinozza colma d’acqua saponosa (sostituita nei caroselli dei primi anni ’70 dall’ancora più miracolosa lavatrice), e a detergerlo in un catartico bagno da cui Calimero emerge sorridente e candido come la neve, pronto a pigolare lodi per i miracolosi effetti sbiancanti del detersivo da reclamizzare. Da lì la querelle psico-sociale, in parte ancora in corso, tra quanti vedono in quel minuscolo eroe ostracizzato dal cortile l’icona nostalgica di un’etica pubblicitaria civile e corretta, e quanti invece lo mettono all’indice dell’inquisizione “politically correct” per aver incarnato a lungo un personaggio discriminatorio al servizio di una morale ipocritamente patetica. Ma anche questo è simbolo di longevità mediatica…