Basta con le sceneggiate e i vincoli ideologici, l’Italia non può morire per Bersani

Alla vigilia della seconda guerra mondiale l’Europa si chiedeva se era il caso di morire per Danzica. Oggi, più modestamente e a livello italiano, ci si chiede se è il caso di morire per Bersani. Perché è lui che sta bloccando il Paese alla ricerca dell’Isola che non c’è o meglio di un pasticciaccio brutto. Alle elezioni ha ottenuto uno zero virgola più degli altri e al Senato non ha i numeri, ma sogna lo stesso di fare l’asso pigliatutto in termini di cariche istituzionali e di avere l’esclusiva sul governo. Da qui la sceneggiata, giorni di melina, incontri con i sindacati, gli imprenditori, il cardinale Bagnasco e – ciliegina sulla torta – Roberto Saviano. Più che alle consultazioni per la formazione del governo sembra di assistere alla politica concertativa di democristiana memoria. Il Pdl ha dato la propria disponibilità per un esecutivo di larghe intese, che affronti i problemi più esplosivi legati alla crisi economica, ma Bersani si ostina a dire no, nonostante anche all’interno del suo partito ci siano mugugni come prova l’armistizio raggiunto a fatica alla Direzione del Pd. Tutto questo mentre, come insegna la vicenda del mancato pagamento di quanto la Pubblica amministrazione deve alle imprese,  in Italia si fallisce per i crediti da riscuotere e non per i debiti da pagare. Ragion per cui il Paese rischia di andare a rotoli  perché in questo momento il leader del Pd si chiama Pier Luigi Bersani e resta ancorato ai vecchi vincoli ideologici del passato. Non è un caso se negli ultimi sondaggi il centrodestra sia in vantaggio (dati Techné per Sky): la gente si aspetta delle risposte e Berlusconi, già dalla campagna elettorale, è stato il solo a darle.  Di quelle ricette c’è un estremo bisogno perché – fa sapere Bruxelles in un rapporto sull’occupazione – l’Italia è il Paese dove, nel 2012, lo stress finanziario ha avuto le conseguenze maggiori: più della Bulgaria, di Cipro, dell’Irlanda, del Portogallo, della Grecia e della Spagna. L’Italia perde produttività, con il calo più vistoso della Ue (-2,8% nell’ultimo trimestre del 2012, dopo il -3% del periodo precedente). Per le imprese è allarme rosso. L’esecutivo Monti aggiorna le previsioni macroeconomiche, in vista della presentazione del Def che avverrà il 10 aprile, e conferma che nel 2012 la pressione fiscale è aumentata di 1,8 punti, mentre Eurostat ci informa che la quota di popolazione in situazione di difficoltà economica è salita al 15% e l’Ocse rileva che il fisco italiano si mangia il 48% del salario dei single. Eppure non si fa nulla: tutto è fermo per volere di Bersani. Anche lo sblocco di 40 miliardi per pagare i debiti della pubblica amministrazione è stato annunciato ma non c’è. Bruxelles ci fa sapere che nulla potrà muoversi finché continuerà a essere operativa la procedura di deficit nei confronti dell’Italia. Cosa significa? Teoricamente che bisognerà aspettare fino a fine aprile per mettere a punto i decreti ma, in realtà, non è scontato neppure questo. La Ue incassa le promesse italiane ma per decidere aspetta i fatti concreti. Tutto dipenderà da come andranno le cose. E lo certificheranno i dati Eurostat, attesi per il 22 aprile, e poi le previsioni di primavera che debbono indicare una correzione del deficit sostenibile per il 2013 e il 2014. Chissà se Roberto Saviano ha parlato di tutto questo nel corso della consultazione avuta con Bersani. E, soprattutto, quali soluzioni ha portato.