Addio a Franco Califano, il cantautore scomodo che non era mai piaciuto alla sinistra

«Io sono liberale, anticomunista. Ho chiesto al sindaco Alemanno, mio caro amico, di poter cantare in qualche bella piazza. E lui mi ha fatto un meraviglioso regalo. Per 5 anni mi hanno impedito di cantare perché mi hanno bollato come uno di destra». Così Franco Califano il 14 settembre 2008, nel giorno del suo settantesimo compleanno, in occasione del concerto a piazza Navona. Il Califfo, come era soprannominato il cantautore romano, è morto nella sua casa ad Acilia. Solo pochi giorni fa, il 18 marzo, si era esibito al Teatro Sistina di Roma. Califano era nato a Tripoli il 14 settembre 1938, evento del tutto casuale in quanto legato ad uno scalo aereo. La sua infanzia è stata caratterizzata da mille vicissitudini che lo hanno spinto verso una dimensione artistica esaustiva della sua costante ricerca di libertà interiore. Alcune frasi, tratte dalle sue canzoni, divennero veri slogan, entrarono nel linguaggio giornalistico. “Califano: il Prevet di Trastevere”, “Brel romanesco”, “Pasolini della canzone”, “Belli di quest’epoca”. La canzone forse la più nota del suo repertorio, Tutto il resto è noia era la sua My way. Lascia venti album e tante canzoni di successo scritte per altri, quali La musica è finita e Una ragione di più interpretate da Ornella Vanoni, E la chiamano estate cantata da Bruno Martino; Minuetto e La nevicata del ‘56 diventati cavalli di battaglia di Mia Martini. Franco Califano è stato anche insignito della Laurea Honoris Causa in Filosofia all’Università di New York, «Per aver scritto una delle più belle pagine della canzone italiana», recita la motivazione.

Una biografia artistica continuamente oscillante tra il trash e il sublime, tra le donne (asseriva di averne avute oltre mille) la musica e i vizi.  Della sua vita, dell’esperienza in carcere per droga, ricordava in una recente intervista a Vanity Fair: «Mi hanno rubato anni di vita, ma esistono luoghi peggiori. Ho passato momenti peggiori nelle cliniche, negli ospedali e in collegio, per questo ho superato molto bene la prigione». Da bambino sogna di diventare pompiere. «Invece mi hanno sbattuto nel collegio Sant’Andrea ad Amalfi. Sono scappato da quelle suoracce cattive e ho raggiunto Pagani a piedi. A Roma ho frequentato le scuole notturne perché non riuscivo a svegliarmi al mattino. Era l’istituto Ludovico Ariosto per ragionieri. Dopo qualche tempo ho esordito nei fotoromanzi delle edizioni Lancio e di Grand Hotel. Parti da antagonista. Il cattivo. Avevo la faccia da duro. Poi ho cominciato a comporre poesie, ma ho capito che sarei morto di fame. Mi sono buttato sulle canzoni». In politica si definiva un «liberal che vota Berlusconi». Nel 2007 il Pdci scelse come slogan della Festa nazionale della cultura Tutto il resto è noia. Lui commentò: «Se penso a ’sti comunisti che manco m’hanno mai invitato a canta’ alle loro feste e poi se so’ rubbati la mia canzone più famosa…».