Quale prezzo dovrà pagare la Chiesa per l’atto libero, umile o forse superbo di Ratzinger?

Sarebbe troppo arduo provare a ricostruire i retroscena, le ragioni inconfessabili che hanno spinto Josef Ratzinger ad abdicare. Sarebbe un esercizio interessante e sicuramente apprezzato dai lettori, ma in mancanza di talpe attendibili e documenti riservati è meglio lasciare ad insigni ed acuti personaggi come Roberto Saviano il compito di illuminarci. Partendo però dalla dichiarazione ufficiale pronunciata da Benedetto XVI in concistoro è possibile abbozzare una modesta riflessione. La portata storica di quanto accaduto la mattina dell’11 febbraio 2013 è evidente a tutti, ma lo sono altrettanto le implicazioni teologiche che, visto il contesto, sono sostanziali e foriere di sconquassi inediti per il futuro della Chiesa?

Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano afferma giustamente nel suo editoriale «Nulla sarà più come prima»; Repubblica sin da subito ha esultato per «l’irruzione della modernità» nella Chiesa Cattolica; El Mundo in Spagna con approssimazione, ma con notevole perspicacia, ha titolato l’edizione speciale dedicata all’avvenimento con queste parole: «Il Papa si è fatto uomo». Per carità il Papa non è un monarca orientale, non è un dio in terra: è il Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, ma in ogni caso la sua elezione, per chi abbraccia la fede cattolica romana, è ispirata dallo Spirito Santo. Sono certamente degli uomini, i Cardinali che siedono in conclave, a determinarla, ma degli uomini “speciali”, che hanno ricevuto un particolare crisma ed il cui voto è libero da condizionamenti terreni, ma non dalla volontà di Dio. Colui che viene designato Pontefice Romano è un uomo come gli altri, dotato di una propria coscienza e di peculiari idee e caratteristiche, ma nel momento stesso in cui assurge alla carica è anche qualcosa di più, che lo trascende. E’ il capo di tutta la Chiesa Romana, con la ricchezza e il peso di una Tradizione millenaria da attuare nel presente e traghettare nel futuro. È una “funzione” di essa, la più importante, ma strettamente correlata con le altre. È la testa di un corpo, che per definizione è indissolubile e interdipendente.

Dicevamo la “funzione” che trascende il singolo individuo che la esercita e che proprio per questo lo dota di un’autorità “infallibile” nel suo Magistero. Un aspetto importante, che su un piano più basso spiega perché un semplice sacerdote, anche se peccatore ed inadeguato in base alle sue caratteristiche personali, non perde mai il carisma necessario a celebrare una Messa nella quale si ripete il miracolo della Transunstanziazione, ad impartire un sacramento, ad accogliere una confessione con la conseguente remissione dei peccati in nome del Signore. Le parole pronunciate da Ratzinger, però, con le quali egli è sceso dal Seggio di Pietro, sono parole che tradiscono questa cornice. Egli afferma «dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze (…) non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero pietrino1. Egli ha posto la sua coscienza di individuo davanti a Dio, nella solitudine del suo cuore, e ne ha dedotto cosa fosse giusto.  Tutto ciò è molto moderno, ma, soprattutto, c’è da interrogarsi quanto sia teologicamente ortodosso.  Molti, a destra come a sinistra, sono rimasti giustamente sorpresi da un gesto tanto dirompente, compiuto da un Papa considerato fortemente tradizionalista. Ma Ratzinger lo è davvero? O forse sarebbe stato più giusto considerarlo una specie di neo-con? Allorché l’ex Prefetto per la Dottrina della Fede fu eletto Papa, tra le sue prime dichiarazioni ve ne fu una particolarmente significativa: «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui». Da quel momento molte delle sue iniziative sono state finalizzate a puntellare diversi aspetti liturgici e dottrinali eccessivamente travisati in senso moderno dalla Chiesa post-conciliare. Senz’altro con lui la dimensione sacrale del Cattolicesimo Romano è stata esaltata, contro derive eccessivamente mondane ed ammiccanti verso la contemporaneità, ma c’è un aspetto del suo impianto teologico che lo conduce altrove rispetto al suo tentativo di Restauratio, condotto con grande finezza intellettuale, se non intellettualistica, in questi anni. Il teologo Ratzinger è un agostiniano. L’incontro con Dio è un incontro personale, che può avvenire nella coscienza di ognuno, ma, in particolare, nel cuore del fedele in comunione con Gesù, come tanti seguaci di Comunione e Liberazione possono autorevolmente spiegarci. Si tratta di un approccio indubbiamente mistico, molto individuale, di chi si pone in attesa della libera grazia divina, la quale ha bisogno dell’impegno di chi deve accoglierla, ma che mette in secondo piano il rituale e la liturgia sacerdotale, il tesoro della Tradizione accumulato dalla Chiesa Romana, oserei dire il tratto distintivo della re-ligio, il tenere-insieme, fondamento della dimensione comunitaria ed inclusiva della Chiesa Cattolica Romana. L’agostinianesimo è insomma un terreno scivoloso, una parte del corpo dottrinale della Chiesa sempre pericolosamente prossimo ad assumere orientamenti eterodossi, che non a caso è alla base dell’insegnamento di Martin Lutero, il monaco tedesco fondatore del cristianesimo protestante.

Ratzinger sa bene tutto questo e durante il suo pontificato ha tenuto a bada le sue idee, perché in Agostino c’è un sostrato potente di rigore e di individualismo, che il Pastore del gregge di Dio non può permettersi: seppure Ratzinger fosse convinto che il vero mistero si vive nella solitudine – quella solitudine di cui ora godrà nel monastero di clausura in cui terminerà i suoi giorni – l’esternare tale consapevolezza implicherebbe di conseguenza la constatazione che le religioni, come intese finora, non hanno più senso. E non solo le religioni, ma tutti i percorsi che anelano al divino. Anche in virtù di tali considerazioni la Chiesa cattolica ha sempre voluto considerare Celestino V, il famoso Papa del gran rifiuto cui adesso si richiama Benedetto XVI, un unicum nella sua storia, da esorcizzare, anche con una certa diffidenza. Il perché fu lo stesso pontefice a spiegarlo nel 2010: «Forse voi mi direte: ma se guardiamo, ad esempio, a san Pietro Celestino, nella scelta della vita eremitica non c’era forse individualismo, fuga dalle responsabilità? Certo, questa tentazione esiste». Tentazione è la parola usata, cosa possiamo aggiungere a queste parole? Può un cattolico accettare che sia l’esame di coscienza, approfondito e severo certo, di un uomo, fosse anche il Papa, a stabilire che il valore dell’indicazione dello Spirito Santo è andato perduto perché quell’uomo è divenuto inadeguato fisicamente, moralmente e spiritualmente alla funzione che gli era toccata? Possono essere ragioni di mera efficienza gestionale, condizionate dalla durezza e dai ritmi della contemporaneità, ad indurre un cambio al vertice di un’istituzione che ha la legittima pretesa di essere stata fondata dal Figlio di Dio in persona?

Molti, moltissimi fedeli con profonda compassione cristiana guardano con simpatia affettuosa alla decisione dell’uomo Josef Ratzinger che ammette la propria fatica di fronte alle innumerevoli difficoltà e preferisce rinunciare al gravoso compito, laddove altri potenti non sarebbero mai disposti ad un simile gesto di umiltà.  Ma è vera umiltà? O è l’orgoglio, la superbia, dell’uomo che rivendica la propria libertà di compiere un gesto “umano, troppo umano” per il Vicario di Cristo? E quale sarà il prezzo che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana dovrà pagare per questo atto libero e coraggioso, umile o, forse, superbo, ma senza dubbio nuovo?