Perché Stella&Rizzo non scrivono sulla Casta del Corsera?

Con i loro libri e i loro articoli, i due esperti giornalisti Gianantonio Stella e Sergio Rizzo hanno dato un contributo fondamentale alla distruzione della legittimità delle istituzioni parlamentari italiane, all’avvento quindi del commissariamento dei tecnici e – perché no? – alla straordinaria sarabanda grillina. Si potrebbe dire che il loro è un merito e che hanno fatto quello che ormai i giornalisti non fanno più da decenni: impegnarsi con onestà intellettuale nella denuncia delle schifezze della nostra società. Ma l’onestà intellettuale non consente reticenze o strabismi. Nelle loro denunce i due giornalisti hanno sempre calcato la mano contro gli aiuti pubblici ai “giornali di partito” (un altro regalo alla Casta) ma hanno sempre dimenticato che, almeno fino a tempi recentissimi, a farla da padrone nella spartizione dei fondi pubblici all’editoria erano alcune testate “commerciali” tra cui proprio il Corriere della sera. Ma il Corrierone e la Rcs, a chi guarda un po’ oltre il proprio naso, non danno l’impressione di essere “solo” un giornale commerciale e “solo” una casa editrice. Dietro c’è sicuramente di più. Ed è il sospetto che viene sollevato in questi giorni proprio dal crd del Corriere della sera, a giudicare dal comunicato pubblicato su Corriere.it dal titolo piuttosto vago “la crisi Rcs e gli stipendi dei manager” che riporto integralmente. Dal titolo potrebbe sembrare una piccina recriminazione sindacale del tipo “ma come? Licenziate 800 persone e intanto ai manager nullafacenti date milioni di euro?” (un po’ l’annosa storia della Rai, per capirci), ma a leggere tra le righe si scoprono scenari ben più opachi. Come il fatto che il Corriere sia stato usato come porta girevole per far transitare brevemente super-manager (in buona parte bocconiani e con passaggi in banche d’affari ben note) che occupano alternativamente posti di vertice pubblici e privati, con buone uscite da favola e – quel che è più strano – milionarie “buone entrate”… Si dirà: “ma coi soldi privati ognuno ci fa quello che gli pare”. Forse si, è un vecchio leit-motiv degli anticasta a peso d’oro. Anche Santoro, che però si arricchiva coi soldi pubblici della Rai, diceva la stessa cosa e cioè che a lui i milioni venivano dati perché “lavorava”, mentre i parlamentari prendevano migliaia di euro per non fare nulla… Ma qualcuno potrebbe anche obiettare che la proprietà “privata” della Rcs non è anch’essa poi così slegata dai soldi pubblici. In riferimento alla compagine che detiene la maggioranza delle azioni si parla diffusamente di “patto di sindacato” delle banche. E mai più di oggi si sa che le banche si alimentano con miliardi di aiuti pubblici, senza rimettere in circolo un euro.

La crisi Rcs e gli stipendi dei manager

“Contemporaneamente alla presentazione del nuovo piano di ristrutturazione della Rcs, che prevede il taglio di 800 dipendenti e un netto ridimensionamento del perimetro industriale, l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane ha annunciato l’autoriduzione del 10 per cento della sua retribuzione.
Il Cdr del Corriere vorrebbe tuttavia che questo gesto fosse accompagnato dall’applicazione di un criterio per la corresponsione dei vari bonus e della parte variabile dello stipendio, nonché dell’eventuale buonuscita di tutti i manager del gruppo, adeguato alla gravità del momento: stabilire quelle somme in rapporto non al numero dei posti di lavoro tagliati, ma di quelli salvati.
Da troppi anni ormai la Rcs, dove i piani di ristrutturazione si susseguono ai piani di ristrutturazione senza che assurdi sprechi vengano sfiorati, dimostra nei confronti dei propri manager una grande generosità, indipendente dai risultati.

Nel 2007 su un importante quotidiano si leggeva: «Via Solferino ha speso negli ultimi quattro anni quasi 30 milioni fra buonuscite e buonentrate per oliare il frenetico turnover dei suoi manager». Proprio così: buonentrate. Perché, sempre secondo lo stesso articolo, il predecessore di Scott Jovane, Antonello Perricone, arrivato al timone della Rcs dopo che era saltata la sua nomina a direttore generale della Rai, avrebbe intascato un «bonus d’ingresso» di un milione. Un bonus d’ingresso: avrebbe cioè percepito un superincentivo soltanto per mettere piede in azienda. Più 3,4 milioni di euro quando ne è uscito, e la Rcs non nuotava certamente nell’oro, reduce com’era dallo stato di crisi. 

Quella di Perricone è una misera liquidazione se la confrontiamo con la somma incassata al momento dell’uscita da Vittorio Colao: 7,8 milioni, metà dei quali, a onor del vero, versati da lui in beneficenza. Oppure con quella dell’ex direttore generale Gaetano Mele: 9,6 milioni. Cifre che impallidiscono di fronte alla buonuscita di Maurizio Romiti: 17 milioni di euro, dopo un paio d’anni al timone della Rcs. Ottocentocinquantamila euro al mese. Per inciso, con quei 17 milioni si sarebbero pagati per un anno 400 dipendenti della Rcs Quotidiani, molti dei quali venivano invece mandati in prepensionamento.

Quando quella liquidazione monstre venne pagata, lo stesso presidente della Rcs, Guido Roberto Vitale (anch’egli allora in uscita), ammise: «Certi tipi di remunerazione sono giustificabili solo in presenza di risultati estremamente positivi». Facendo capire che non era quello il caso.
Non è ammissibile che continui questa giostra milionaria che arricchisce manager e dirigenti, indipendentemente dalla qualità professionale.
In un momento come questo dovrebbe essere il primo solenne impegno dell’azienda.

Il Cdr del Corriere della Sera, 24 febbraio 2013″