Nozze gay: i vescovi stroncano il via libera di Hollande

Lo tsunami è arrivato, previsto ma inesorabile, e non sarà indolore per François Hollande, che ha fatto delle nozze gay uno dei pilastri della campagna elettorale e ora che la battaglia è vinta dovrà vedersela con l’ostilità di una parte di opinione pubblica, e non solo quella di stretta osservanza cattolica. E quel che è peggio con la scomunica del Vaticano. L’Assemblea nazionale francese ha dato il via libera all’articolo chiave della legge che introduce il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali. Con 249 voti a favore e 97 contrari la Francia cancella la differenza tra i sessi come condizione per il diritto al matrimonio e le polemiche scavalcano i confini nazionali. Se la gauche grida alla vittoria, per Monsieur le président il peggio deve ancora venire: dopo le rivolte di piazza il dibattito a Parigi è destinato a inasprirsi nei prossimi giorni con gli oltre 5mila emendamenti presentati dall’opposizione, e il successivo passaggio al Senato. La destra cavalca l’allarme che la Francia diventi meta di un «turismo matrimoniale», visto che la legge prevede che una coppia omosessuale non francese possa sposarsi nel territorio francese anche se nel proprio paese non si può. Dopo la stroncatura del cardinale Angelo Bagnasco, che nei giorni scorsi aveva parlato di «baratro», arriva l’editoriale durissimo di Avvenire dal titolo Il (non) senso della deriva,, cioè la fine del matrimonio civile introdotto per la prima volta proprio nella Francia illuminata di fine ‘700. È il giurista cattolico Giuseppe Dalla Torre a ricordare come fu Parigi a “inventare” il matrimonio civile, avviando una differenziazione «dall’originario modello canonistico». Oggi, «una volta ridotto il matrimonio a un rapporto affettivo tra due persone, non destinato di per sé alla integrazione delle diversità sessuali, e neppure alla procreazione – osserva – si giunge inevitabilmente a invocare il diritto di ognuno all’amore riconosciuto e protetto dalla legge, a prescindere dal dato sessuale. Poco più di due secoli sono davvero bastati per «veder nascere, crescere e infine avviarsi alla dissoluzione il matrimonio come istituto civile?». Che l’Italia non si metta in testa di imitare i cugini d’Oltralpe, è il senso del monito. Di certo in campagna elettorale nessuno è tanto sprovveduto da rispolverare un tema così esplosivo, soprattutto a sinistra, dove le posizioni fluttuano in balìa delle onde. Chi ha dimenticato lo scivolone di Massimo D’Alema che in un ‘intervista si lasciò scappare «che il matrimonio, come previsto dalla Costituzione è  l’unione tra uomo e donna, finalizzata alla procreazione». Il reazionario Massimo fu costretto nel giro di poche ore a rimangiarsi tutto («chiedo scusa, mi hanno equivocato»). Era settembre 2011.