Missioni militari, Tav, euro. Con Bersani-Grillo si rischia la stessa “via crucis” del governo Prodi-Turigliatto

«Signor Presidente del Consiglio, lei ha chiesto che ognuno dicesse chiaramente cosa pensava rispetto alla richiesta di fiducia. Io non ho problemi a spiegare perché voterò no. Voterò no per la semplice ragione che…». Era il 24 gennaio del 2008 e il senatore del Prc Franco Turigliatto stava dando la spallata definitiva al governo dell’Unione, pastrocchione di centrosinistra – costruito su un mix di cattolici, moderati, postcomunisti e marxisti – che in due anni aveva ridicolizzato l’Italia non agli occhi della Mrekel ma a quelli degli italiani. Un’Italia costretta  a ballare il valzer delle fiducie (23) in un Senato trasformato in  balera politica arzilli senatori a vita ottuagenari piegati all’artrosi e alla causa del centrosinistra. Ma cosa aveva provocato quel giorno la decisione del senatore di Rifondazione, poi espulso dal suo partito, di dire no al già traballante governo Prodi? La risposta è semplice: il rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, in primis quella in Afghanistan. Il ricordo di quella disastrosa stagione politica è quanto mai attuale. Il possibile accordo politico tra Bersani e Grillo, unico sbocco al momento considerato possibile dal Pd, potrebbe presto trasformarsi in una riedizione di quella “via crucis” che il Parlamento visse in quei due anni di buio politico per il Paese. Basta dare un’occhiata ai pricipali punti del programma del Movimetno Cinque Stelle, dove tra gli argomenti più utilizzati c’è quello dello spreco dei fondi per la spesa pubblica, in cui si include anche il sostegno ai nostri militari impegnati in zone di guerra: «È ora di ripensare  ai 600 milioni l’anno che spendiamo per mantenere i nostri soldati in Afghanistan», ha tuonato in diverse occasioni Beppe Grillo dal palco. Da qui a qualche mese, a settembre, bisognerà rivotare il finanziamento alle missioni, col grave rischio di una figuraccia internazionale in caso di stop. Cosa accadrà? Il governo Bersani sarà costretto a chiedere aiuto al Pdl? E se lo facesse, con quali conseguenze sul sostegno esterno offertogli dal comico genovese? Ed ecco che torna l’ombra di Turigliatto. Per non parlare della Tav, ai primi posti nel programma del M5S, che vuole bloccare l’opera subito con conseguenze facilmente immaginabili sia sul piano delle penali da pagare che dei rapporti commerciali e politici con i francesi. E l’euro da rinegoziare? E il salario minimo? E l’abolizione delle Province, su cui il Pd, con tutti gli altri, fino a due mesi fa ha fatto ostruzionismo ai tentativi di abolilizione proposti del governo? E il finanziamento pubblico ai partiti,  che il Pd non vuole abolire e Grillo sì? Forse sarebbe il caso di parlarne, prima di proporre un accordo politico a Grillo. Al quale non gli si potrà certo imputare di non aver parlato chiaro, prima.