La soluzione D’Alema: a Grillo e Pdl Camera e Senato, a noi Palazzo Chigi. E taglia fuori Monti

La forza della saggezza o l’agenda della disperazione? Per ora è un sasso lanciato nello stagno. Massimo D’Alema  affida a una lunga intervista al Corriere la sua idea  per uscire dal cul de sac del dopo voto. Parola magica “assunzione di responsabilità” da parte delle forze «che si sono aspramente contrapposte». L’ex premier dice no a governissimi e ammucchiate e ipotizza una “più nobile” alleanza tra Movimento 5 Stelle, centrodestra e centrosinistra. Che tradotto significa affidare le presidenze di Camera e Senato a Berlusconi e Grillo («ovviamente sulla base della proposta di personalità che siano adeguate a ruoli istituzionali di garanzia») e Palazzo Chigi al centrosinistra. La chiamano Realpolitik.  «Non è che possiamo fare un convegno culturale, c’è una priorità: salvare il Paese e trovare una soluzione», dice con il birignao del padre nobile che si tiene lontano dalla mischia. «Però il Parlamento deve consentire al governo di funzionare ricevendo il voto di fiducia». Monsieur de Lapalisse, però, nel suo invito extra-large non contempla il 10 per cento di Mario Monti diventato, numeri alla mano, “irrilevante” per gli equilibri politici attuali. «Non sottovaluto il ruolo del centro di Monti – dice un pungente D’Alema – ma occorre rivolgersi alle forze che, per il peso del consenso ricevuto, sono indispensabili a garantire la governabilità del Paese». Congelare però l’ex salvatore della patria, che ieri da Bruxelles ha messo in guardia dalle forze «populiste e semplicistiche che rischiano di far deragliare il paese» non è così facile. Il numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi, è il primo a storcere la bocca annunciando che «i prossimi sei mesi saranno orribili, i peggiori degli ultimi cinquant’anni», chiedendo «una terapia d’urto per i primi 100 giorni» e auspicando che le forze politiche «più responsabili» si accordino su un programma per far ripartire l’economia. Per Squinzi il nuovo governo dovrà essere sostenuto da una maggioranza Pd-Pdl-Monti, perché – ricorda allo smemorato D’Alema – la squadra del Professore è composta da «tanta gente di buon senso». Ma l’ex ministro degli Esteri ha cose più serie a cui pensare e sorvola pure sul «no» a Bersani urlato da Grillo. Il muro del comico non lo turba. «Mi pare di vedere una certa difficoltà e anche, inevitabilmente, una tendenza a fare tattica. Vedremo…», dice scodellando per l’occasione un’agenda “anticasta” da far impallidire i Cinque Stelle (dimezzamento dei  parlamentari e degli eletti, tagli alla burocrazia e ai costi della politica, conflitto di interessi). Proprio lui che una settimana fa dalle colonne de L’Unità paragonava Grillo al Cavaliere. «È un Berlusconi più giovane, più trasversale ma simile. Lo vediamo anche dalle promesse campate per aria.  Il suo è un inquietante populismo autoritario». Mancava un giorno al silenzio elettorale e Massimo D’Alema  non immaginava che lo tsunami grillino potesse arrivare a scoperchiare il tetto di largo del Nazareno.