La Skorpion che uccise ad Acca Larenzia e a Firenze. Il figlio di Conti: qualcuno non vuole la verità

Cinque delitti, una sola arma: sul buio investigativo che avvolge nel mistero la tracciabilità della mitraglietta Skorpion calibro 7.65, insanguinata da ben cinque omicidi, a partire da quelli di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, assassinati il 7 gennaio 1978, all’uscita della sede del partito missino di via Acca Larenzia, è tornato a chiedere chiarezza Lorenzo Conti, figlio dell’ex sindaco di Firenze, Lando Conti, una delle cinque vittime in questione. In una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, al ministro della Giustizia e alla procura di Roma, che segue e riprende le fila enucleate nell’interrogazione parlamentare urgente rivolta dall’onorevole Maurizio Biava (Pdl) al Ministro dell’Interno (con risposta scritta n° 4-12465), Lorenzo Conti chiede un impegno preciso da parte delle istituzioni per sollevare il velo di omertà e colpevoli mancanze calato sulla vicenda, e per sollecitare la ricerca della verità, in oltre tre decenni di indagini, inquinata da colpevoli vuoti investigativi, tragiche omissioni, mancati riscontri, inquietanti depistaggi.

Ad oggi, infatti, tutto ciò che è dato sapere è che la mitraglietta Skorpion è l’arma con cui si perpetrò l’eccidio di Acca Larenzia, (di cui a gennaio si è celebrato il trentacinquesimo anniversario). Che è l’arma che sarebbe tornata a fare fuoco nel marzo del 1985 contro l’economista Ezio Tarantelli; un anno dopo contro l’ex sindaco di Firenze Lando Conti, e nell’88 contro il senatore democristiano Roberto Ruffilli. Unico dato certo da cui ripartire alla ricerca di verità e giustizia, dunque, è l’arma dei delitti, usata a più riprese dai terroristi di estrema sinistra, e ritrovata nel covo brigatista di via Dogali a Milano nel 1988. Il suo primo proprietario, Enrico Sbriccioli, in arte Jimmy Fontana, oggi dalle colonne del Corriere della sera tuona contro il destino: «Fatalmente quella mitraglietta di cui ero possessore è diventata un’arma delle Brigate Rosse, ma io cosa ne potevo sapere?». E il refrain è sempre lo stesso: una ricostruzione, intervallata da tanti non ricordo, e molto vaga dei passaggi di mano della Skorpion, a partire dalla vendita ad Antonio Cetroli, allora funzionario di polizia del commissariato Tuscolano della capitale, acquisto sempre smentito dal commissario.

Su questo, come su altri nodi non ancora sciolti di questa intricatissima vicenda torna Lorenzo Conti, chiedendo nella sua lettera ai presidenti di Camera e Senato di aprire una Commissione Parlamentare d’inchiesta circa l’omicidio del padre, partendo dall’arma del delitto, e andando a sentire Jimmy Fontana per chiarire «a chi realmente vendette la mitraglietta», e la Procura di Firenze. Al Ministro di grazia e giustizia di «attribuire il fascicolo e le indagini sull’omicidio di Lando Conti ad altra Procura fuori dalla Toscana», e in ultimo, alla Procura della Repubblica di Roma di «verificare se sussistono elementi tali da presupporre una trattativa tra Stato e Brigate Rosse in relazione ai cosiddetti anni di piombo». Dietro queste richieste la solita, martellante domanda: perché non si vuole la verità sugli eccidi commessi dalla Skorpion?