Ingroia al bivio: dovrà scegliere tra la toga e la politica

Settimana nera quella di Ingroia: cominciata con la disfatta elettorale, proseguita nelle ultime ore con un procedimento disciplinare aperto nei suoi confronti dalla procura generale della Corte di cassazione (per aver «vilipeso la Corte Costituzionale» con affermazioni contenute in alcune interviste relative alla decisione della Consulta sul caso delle intercettazioni indirette del Presidente della Repubblica di cui la corte ha deciso, nelle scorse settimane, la distruzione), e culminata nell’aut aut imposto dalla legge che disciplina l’aspettativa dei magistrati. E quando ancora non ha finito di leccarsi le ferite, e proprio mentre annuncia di voler restare in campo per i prossimi appuntamenti elettorali, a cominciare dalle comunali a Roma, il leader di Rivoluzione civile è chiamato ad una scelta che non ammette posizioni intermedie: con la proclamazione degli eletti al Parlamento, finirà l’aspettativa che gli ha concesso il Csm per ragioni elettorali. E alla scadenza, salvo sue decisioni diverse, dovrà tornare in Guatemala, dove è approdato solo qualche mese fa con un incarico dell’Onu, e dove è rimasto giusto il tempo per organizzare il rientro in Italia. O, in alternativa, rinfilare la toga, ma non da pm, perché la legge glielo impedisce, ma da giudice e in luoghi diversi da quelli in cui si è candidato. In entrambi i casi, comunque, non potrà contemporaneamente fare politica. Una rivoluzione interrotta, quella di Ingroia, che dopo lo stop inflitto dagli elettori con il severissimo verdetto delle urne, ora si scontra con norme e precetti della riforma dell’ordinamento giudiziario che, già dal 2006, ha reso un illecito disciplinare per i magistrati l’iscrizione o la partecipazione a partiti, come pure il «coinvolgimento nelle attività di centri politici» che possono «condizionare l’esercizio delle funzioni o comunque compromettere l’immagine del magistrato». Insomma, se Antonio Ingroia, candidato premier del movimento in cui sono confluiti Idv, Verdi, Comunisti italiani e Rifondazione comunista, vorrà continuare il suo impegno politico – a dispetto del responso popolare che ha appena bocciato la rivoluzione arancione –  dovrà necessariamente lasciare la magistratura; altrimenti per lui scatteranno sanzioni disciplinari. E stavolta non potrà né urlare al complotto ordito da avversari politici, né prendersela con i media…